lunedì 10 dicembre 2018

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PARCO DEI GIARDINI MARGHERITA


I Giardini Margherita sono il più conosciuto dei parchi pubblici cittadini; ogni bolognese li frequenta abitualmente o li visita almeno in qualche occasione. A differenza di altri celebri parchi italiani, sorti intorno a residenze nobiliari della città o della campagna, i giardini furono impiantati espressamente per una funzione pubblica. La città, dopo il plebiscito che ne aveva decretato l'annessione al Regno d'Italia, era ancora in larga parte racchiusa entro la cinta muraria e caratterizzata da un'economia in prevalenza agricola, ma già cominciava ad avvertire i primi sintomi dell'imminente sviluppo industriale e la sua fisionomia architettonico-urbanistica si accingeva a cambiare. La trattativa per l'acquisto dei terreni fra i Tattini e il Comune di Bologna si concluse nell'ottobre del 1874 e ' nello stesso anno venne dato incarico al piemontese Ernesto Balbo Bertone conte di Sambuy, di studiare la sistemazione. Due mesi più tardi il Consiglio comunale approvò il progetto presentato da Sambuy, che prevedeva di compiere il lavoro in cinque anni per una spesa non superiore alle 163.000 lire. Nel 1875 iniziarono i lavori e il 25 giugno del 1879 il Consiglio comunale stabilì di intitolare il parco alla regina Margherita, moglie di Umberto 1, divenuto re l'anno precedente. L'apertura al pubblico avvenne il 6 luglio dello stesso anno. Almeno nel disegno complessivo i giardini attuali non si discostano troppo dal progetto originario, anche se si hanno scarse informazioni sulla prima disposizione delle piante e sulle essenze impiegate. Da carteggi degli anni immediatamente successivi pare comunque che nei giardini vi fossero molti sempreverdi, soprattutto abeti, e varie specie esotiche. Sicuramente erano stati messi a dimora platani e salici piangenti, il cui portamento è ben riconoscibile in qualche disegno, e anche pini, ippocastani e catalpe. Alle prime piantagioni è possibile far risalire anche il bosco di lecci prossimo alla scuola Fortuzzi, le grandi farnie isolate in vari punti del parco (date le dimensioni potrebbero persino essere preesistenti), alcuni cedri, i cipressi calvi sulle rive dello specchio d'acqua, la grande sequoia, un esemplare di maclura. Il cuore del parco era, come oggi, il grazioso laghetto circondato dalla vegetazione, sul quale era possibile andare in barca. Uno chalet in legno, con funzioni di café-restaurant, si affacciava sull'odierno piazzale Mario Jacchia. Anche lo sviluppo della viabilità era più o meno lo stesso: uno stradone in ghiaia, ideale per chi si recava nel parco a cavallo o in calesse, disegnava una sorta di doppio anello intersecato da vialetti e sentieri ombreggiati. Agli ingressi principali furono poste belle cancellate in ferro, su progetto dello stesso Sambuy, che propose anche il disegno delle panchine. Uno dei motivi di attrazione era una cascatella, di cui non esiste più traccia, che era collocata sul confine orientale, all'incrocio tra i due corsi d'acqua che interessano i giardini: il canale di Savena e la fossa Cavallina. La zona compresa tra via Castiglione e la chiesa di Santa Maria della Misericordia, oggi occupata dalle Serre Comunali, era già allora adibita a vivaio e abitazione di un giardiniere-custode. I giardini sono stati molte volte teatro di manifestazioni e nuovi edifici si sono aggiunti. Il café-restaurant in legno, distrutto da un incendio, venne sostituito a cavallo del secolo dall'attuale palazzina, opera di Edoardo Colla marini, sede del Centro Villa Ghigi. Nel 1917 fu inaugurata, vicino all'ingresso di via Castiglione, la scuola all'aperto Ferdinando Fortuzzi. Dal 1932 nel grande prato oltre il lago si susseguirono i concorsi ippici (solo nel dopoguerra il prato tornò alla sua primitiva funzione) e in occasione della IV Mostra Nazionale dell'Agricoltura (1935), il vecchio chalet sul lago, ormai in abbandono, venne sostituito con l'attuale. Durante la Repubblica di Salò nei giardini, a breve distanza dall'ingresso di porta Santo Stefano, venne trasferito II monumento equestre a Vittorio Emanuele II (dello scultore Giulio Monteverde) che sino ad allora aveva trovato posto in piazza Maggiore.

L'odierno aspetto dei Giardini Margherita è quello di un grande parco pubblico che conserva qualche porzione di paesaggio ricostruito a imitazione della natura, come nella migliore tradizione ottocentesca, ma è fortemente condizionato dalla costante presenza di un gran numero di visitatori e dalle tante attività e manifestazioni ad essa collegate. I grandi viali asfaltati isolano aree a prato anche molto estese, spesso attraversate da sentieri che collegano la viabilità principale con le zone dove si può giocare o dedicarsi a pratiche sportive. Oltre ai boschetti di querce e lecci già ricordati, uno dei motivi di interesse dei giardini è l'esistenza di una bella collezione di piante esotiche, dai nomi spesso stravaganti, con fiori e frutti altrettanto singolari. La specie che oggi più caratterizza i giardini è sicuramente l'ippocastano: una pianta originaria dell'Europa orientale, introdotta in Italia verso la fine del XVI° secolo ma ormai naturalizzata, che nel mese di aprile offre ai visitatori lo spettacolo delle sue vistose fioriture. Numerosi sono anche platani, noci neri, sofore del Giappone, spini di Giuda, tigli, pini e cedri. Tra le specie che più spiccano in altezza, raggiungendo i 30-40 metri, sono da segnalare un esemplare di sequoia di California, i cipressi calvi lungo le rive del laghetto, diversi esemplari di querce e cedri. È quindi naturale che i momenti più suggestivi per visitare questo parco quasi esclusivamente arboreo siano l'inizio della primavera e l'autunno, quando, in contrasto con i toni cupi dei sempreverdi sulle altre piante, si può osservare quasi l'intera gamma dei verdi per l'aprirsi delle gemme e lo spuntare delle foglie, oppure quando queste ultime ingialliscono, assumendo coloriture sempre diverse.

Sicuramente da segnalare, perché di forte suggestione e non priva di interesse naturalistico, è la zona del laghetto, le cui sponde sono ricche di vegetazione sia esotica sia autoctona: un bel gruppetto di bambù, uno splendido esemplare di sequoia di California, diversi salici piangenti, ma anche pioppi bianchi, frassini e ontani. Lungo la riva settentrionale lo specchio d'acqua è ornato di finte scogliere che, come quelle intorno alla palazzina del Colla marini, furono realizzate, secondo il gusto dell'epoca con blocchi di selenite provenienti dalle vicine cave di Monte Donato e Miserazzano. Sempre Lungo questa riva, a destra e a sinistra del ponticello, si possono osservare grandi alberi piramidali, comunemente chiamati cipressi calvi, per la sagoma slanciata, che ricorda un po' il cipresso, e la caratteristica, abbastanza singolare in una conifera, di perdere in autunno sia gli aghi sia i rametti Laterali. Molto interessante è l'apparato radicale: dove si trovano i cipressi calvi, infatti, la riva è costellata di strane protuberanze legnose, di altezza variabile, che spuntano dal terreno, dal limo e dall'acqua: si tratta delle radici aeree che servono a rifornire di ossigeno le radici sommerse (particolarità legata all'origine della pianta, il sud degli Stati Uniti, dove cresce nelle zone paludose e lungo i fiumi, dallo stato del Mississippi alla Florida).
Nelle acque del Lago abbondano i pesci rossi, ma sono visibili anche cavedani, carpe e tinche, tipici delle acque dolci nostrane stagnanti o a lento corso. Le rane verdi frequentano le rive più riparate, così come i rospi, che scendono in acqua in primavera per la riproduzione; sempre numerose sono le testuggini palustri, in gran parte appartenenti a specie esotiche colpevolmente immesse dai visitatori. Anche gli uccelli trovano nel lago un ambiente favorevole: prevalgono le anatre domestiche, soprattutto germani reali, ma in epoca di passo sono visibili anche esemplari selvatici attirati dagli individui stanziali. Sul confine sud-orientale dei giardini vale la pena di segnalare un angolo un po' remoto, in una zona scarsamente frequentata e caratterizzata da un insolito avvallamento del terreno, che da via dei Sabbioni si spinge fino all'area occupata dalle scuole materne Gabriella Degli Esposti e Molino Tamburi. L'aspetto più naturale di quest'area è dovuto al fatto che, vi scorreva un piccolo rio, la fossa Cavallina. Il rio, oggi coperto, raccoglie acque dalle colline sovrastanti e attraversa via dei Sabbioni, percorrendo il confine orientale dei giardini, per poi immettersi oltre la via Emilia nel braccio abbandonato del Savena, dopo aver incrociato all'altezza del mulino di Frino il canale di Savena (nel punto dove oggi esiste una cabina di manovra: un piccolo edificio rosa in fondo a via Cavallina). Durante i Lavori di scavo per la realizzazione dei Giardini Margherita, nella zona oggi occupata dal prato più esteso, nel 1876 venne alla luce un grande sepolcreto etrusco databile dal 550 al 400 a.C. (nella zona orientale dell'antica Felsina). Della prima campagna di scavo si occupò Giovanni Gozzadini, poi, nel 1889, Edoardo Brizio; con le successive campagne del 1962 e del 1986 nei giardini sono state complessivamente riportate alla luce 243 tombe, la cui struttura è in genere costituita da una fossa in cui il defunto veniva deposto insieme a un ricco corredo di suppellettili e ornamenti. Del tutto eccezionale è la tomba a cassone di blocchi di travertino, con coperchio a doppio spiovente, ricostruita e ancora visibile all'interno del prato centrale. Le sepolture erano segnalate all'esterno da stele di arenaria, dalla caratteristica forma a ferro di cavallo, decorate con motivi ispirati al viaggio del defunto agli inferi (corredi e stele sono oggi conservati presso il Museo Civico Archeologico) . Nelle vicinanze delle serre, inoltre, a cura del museo, è stata ricostruita a scopo didattico una capanna villanoviana. All'ingresso di porta Castiglione, infine, nell'aiuola sulla sinistra, è collocato un breve tratto di pavimentazione del decumano della Bologna romana, rinvenuto sotto via Rizzoli nel 1959.

(da: “I giardini della via Emilia” di M.T.Salomoni – Il Sole 24 ore e da: “Parchi e giardini di Bologna” a cura del Centro Villa Ghigi)