giovedì 13 dicembre 2018

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ENOGASTRONOMIA

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Al Merano Wine Festival trionfa il meglio dei vini italiani e mondiali


Ma le vere sorprese arrivano alla prima giornata con le perle di Bio & Dynamica

In un parterre de rois dove tutti i produttori sono punte d’eccellenza per far battere il cuore servono qualche piccola novità, meno referenze e un po’ più di spirito d’avventura


Cronaca di un successo che, se non proprio annunciato, era quantomeno prevedibile, anche se non per le ragioni che si potrebbe pensare. Sì, perché se è vero che il Merano Wine Festival, la cui 22esima edizione si è svolta nella città altoatesina dall’8 all’11 novembre, rimane un appuntamento di altissimo profilo, dove prendere delle cantonate sul piano della qualità dei vini esposti è praticamente impossibile, è altrettanto vero che le scoperte migliori si fanno fuori dal circuito ufficiale. Bene quindi i dati conclusivi della rassegna, che ha visto arrivare nella splendida cornice della Kurhaus affacciata sul Passirio ben 6500 visitatori, con un incremento del 5 per cento rispetto alla passata edizione e la giornata di sabato 9 novembre – la prima del Festival propriamente detto – che ha fatto registrare il tutto esaurito con ben 2500 biglietti venduti.

Giustificata quindi la soddisfazione dei tantissimi produttori presenti – oltre 700 etichette provenienti da ogni regione d’Italia più 150 in rappresentanza di vari paesi esteri quali Francia, Germania, Austria, Slovenia, Georgia, Stati Uniti, Argentina, Nuova Zelanda e Sudafrica – che non solo hanno retto l’assalto di operatori del settore, appassionati e di ben 350 giornalisti accreditati, ma hanno una volta di più confermato l’alto profilo qualitativo della manifestazione, l’unica, è bene ricordarlo, in cui i vini ammessi alla degustazione vengono selezionati in base al giudizio di un’apposita commissione.



E accanto al vino grandissimo risultato, sul piano della qualità delle aziende presenti, anche per gli eventi collaterali come Beer Passion, dove a partire dalla padrona di casa, la Forst, fino ai migliori birrifici artigianali italiani si sono celebrate le spume di qualità, Rue des Chef, che ha visto la presenza di alcuni tra i più bei nomi della cucina italiana ed europea, le esibizioni della Gourmet Arena e lo spazio di Culinaria, con specialità alimentari artigianali d’eccellenza, hanno fatto registrare un altissimo gradimento di pubblico.

Giudizi positivi su tutta la linea quindi, eppure a ruote ferme rimane la sensazione chiarissima di avere assistito a una gara sportiva di cui tutti conoscevano già l’esito finale o il vincitore, di avere preso parte a un percorso sì articolato e ricco di suggestioni, forse pure troppo persino per chi si è trattenuto tutti e quattro i giorni, ma in cui grosso modo si sapeva già in anticipo cosa si sarebbe trovato. Perché in fondo lo sa anche mio nonno (pace all’anima sua) che marchi come Ca’ del Bosco, Jacopo Biondi Santi, Pio Cesare, Masciarelli, Alois Lageder, Jermann, Masi, Arnaldo Caprai o Moser, solo per citare alcuni dei più rinomati, difficilmente riserveranno sonore delusioni e che, pur con qualche oscillazione fisiologica da un anno all’altro, offriranno un prodotto sempre di altissimo livello. Certo è bellissimo anche soffermarsi, per quanto riguarda le singole cantine, sulle differenze tra un’annata e quella precedente, apprezzare le sfumature di questo o quel vino, anche se, volendolo fare per il maggior numero di cantine presenti, l’impresa appare quantomeno titanica. Ma se, come me, si è a caccia di belle sorprese, allora gli spunti migliori, sembra paradossale, arrivano da Bio & Dynamica, la sezione, che ha occupato l’intera giornata dell’8 novembre, dedicata appunto ai vini prodotti con uve da agricoltura biologica o biodinamica.





Ed è allora che si apprezzano, con meraviglia e stupore, il meraviglioso Sauvignon Blanc di Tröpfltalhof, i vitigni autoctoni a bacca bianca della Slovenia valorizzati da Guerila, l’altissima qualità francese di Domaine de la Pinte o di Domaine Mersiol, gli spumanti di Franciacorta di Corte Bianca, la varietà della Tenuta Dalle Ore, i grandi rossi di Loacker, i buoni vini delle colline bolognesi proposti da Tenuta Folesano, i bianchi aromatici delle austriache Geyerhof e Weingut Sepp Moser, i forti piemontesi di Borgogno o la delicatezza dei vini marchigiani di Fulvia Tombolini. Vini che fanno battere il cuore.

Non che quelli assaporati nelle tre giornate successive non fossero in grado di farlo, tutt’altro, ma lo si sapeva già e quindi mancava il gusto della sorpresa, l’emozione della scoperta. Certo poi qualche chicca la si è scovata anche durante il resto del Wine Festival: penso ai rossi di Pojer & Sandri, al Villa Gresti della Tenuta San Leonardo dei Marchesi Guerrieri-Gonzaga, agli Champagnes di Encry o di Breton Fils, alle bollicine nazionali di Maso Martis, al Pingnoletto dei Colli Bolognesi di Manaresi, oppure, nel settore delle specialità alimentari, allo splendido prosciutto di Parma del Cavalier Umberto Boschi, un signore distinto e compito come non se ne vedono più al mondo.





Ora davanti al Merano Wine Festival, in attesa dell’edizione 2014 che si svolgerà dal 7 al 10 novembre, c’è una lunga carrellata di appuntamenti: a Milano dall’8 al 10 febbraio, a New York il 6 ottobre, a Chicago l’8 ottobre, le tappe dell’Eurotour a Monaco di Baviera il 28 aprile e a Vienna fra maggio e giugno, e infine a Roma il format del Food & Wine Festival dal 29 novembre al 1° dicembre. Un bell’orizzonte, che a mio modesto parere però godrebbe di più ampie vedute se, anziché dedicare così tanto spazio ai “soliti noti”, pregevoli finché si vuole ma per l’appunto noti, si puntasse di più sui nomi emergenti, sulle piccole realtà in grado di sorprendere senza per questo offuscare la gloria dei nomi blasonati, magari con un po’ meno referenze – perché la Kurhaus è piccola e l’effetto stalla praticamente ineluttabile – e un po’ più di spirito d’avventura.

Gabriele Orsi