giovedì 13 dicembre 2018

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VILLA CLARA (MALVASIA)

Beh, di storie tetre su questa villa se ne sono sentite parecchie…

C’è che dice di avere percepito qualche sembianza, chi racconta di avere veduto nelle notti di luna piena strani riflessi provenire dalle lugubri aperture d’ingresso, chi giura che dai condotti inferiori che portavano in aperta campagna uscissero rivoli di sangue causati da chissà quale aberrazione.

Pure chi scrive, da piccolo, passando in bicicletta da quelle parti una sera d’estate di tanti anni fa quando il traffico era ancora molto ridotto, è sicuro di avere colto qualcosa; una presenza, un rumore mai udito prima, una sensazione sgradevole, un riflesso… non saprei dirlo con esattezza…

Questi tanti dettagli li accomuno con un’altra grande costruzione, oramai fatiscente e quasi cancellata dalla storia e dalla memoria, Villa Spaggiari.

Però i fantasmi e la Villa situata nei pressi della chiesina sussidiale di Armarolo sono un’altra storia e quindi adesso non divaghiamo. 

Di sicuro la nostra bella (un tempo) Villa Malvasia ne ha viste davvero tante di malefatte, ma soprattutto una in particolare non è riuscita proprio a sopportare… l’incuria dell’uomo.

Le antiche cronache citano l’Ungarelli e il Beseghi che la vogliono costruita dal canonico Carlo Cesare Malvasia (1616-1693), notissimo e famoso storiografo della pittura bolognese; ma se è vero che lui possedette questa villa non è altrettanto vero che operò nelle decorazioni.

Come ricorda lo stesso Malvasia, i notevoli dipinti (che si trovano ancora oggi purtroppo in pessime condizioni) vennero eseguiti quando lo stesso non era ancora nato o era molto piccolo.

Sicuramente qui operò il Dentone (Girolamo Curti) che lavorò sul soffitto della doppia loggia a forma di “T” assieme agli allora giovanissimi decoratori Brizio, Tognino, Franceschino Carracci, Valesio, mai retribuiti con denaro per le loro opere ma solo con vitto e sana conversazione del Malvasia (ndr.“Le Ville del Bolognese, a cura di AA.VV, Zanichelli Editore Bologna, 1967).

Passano gli anni e della villa se ne perdono i dettagli tantochè per tutto il Settecento e l’Ottocento non se ne conosce nessuna vicenda.

Nei primi anni del Novecento appartenne al Cavalier Ferdinando Bonora il quale apportò significativi miglioramenti.

Alla sua morte, avvenuta nel 1917, il palazzo venne ereditato dalla figlia, tale Zaida Bonora in Francia.

Successivamente venne venduta ad alcuni sfruttatori che ne misero seriamente a repentaglio la sua salvaguardia adibendo la loggia d’ingresso a deposito e rimessa di carri da trasporto che venivano fatti entrare con una rampa fittizia.

Nel 1928 fu acquistata dalla Sig.ra Clara Mazzetti vedova Barzaghi, la quale, oltre a rivitalizzare l’intero edificio, riarredò e sistemò i saloni al piano terra.

Oggi, dopo un lunghissimo periodo di abbandono e di spoliazioni la costruzione è in restauro e speriamo che possa nuovamente rivivere i fasti passati.

Il progetto dell’edificio era notevolmente avanzato per l’epoca; si pensi che nel salone principale, da sotto il pavimento ligneo di quercia, dipartivano, provenienti dal camino centrale, una serie di condotte per l’aria calda a favore delle stanze situate allo stesso livello.

Orbene i soliti vandali, intuendo un doppiofondo, squarciarono e ridussero a pezzi parte del tavolato credendo che lì sotto ci fosse chissà quale tesoro.

Chi ha avuto la fortuna di addentrarsi nei vari locali e girovagare fra i piani, non può non essere rimasto meravigliato dalla grandezza degli ambienti e dalla qualità degli affreschi.

Scale nascoste permettevano alla servitù di muoversi liberamente tra le cucine, sistemate nei sotterranei, i piani nobili e il sottotetto; montacarichi dotati di un ingegnoso meccanismo portavano cibarie e piatti prelibati ai lieti commensali.

Un condotto arrivava alla ghiacciaia (ora perduta) per poter prelevare le varie derrate, mentre altri portavano fuori, all’aperto, in mezzo ai campi…

Oggi siamo tutti in attesa di poter ammirare nuovamente Villa Clara recuperata dopo anni di oblìo e auguriamo sinceramente agli attuali proprietari di riuscire a portare a termine il difficoltoso restauro.


Massimo Brunelli