giovedì 13 dicembre 2018

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LA VIA LONGOBARDA

Il tour ripercorre idealmente quella che un tempo fu la “via Longobarda” che da Persiceto giungeva fino a Tiola passando per alcune importanti fortificazioni dell’epoca: la Rocca di Bazzano, di Monteveglio ed il Castello di Serravalle.

 
      





                                                                      LA VIA LONGOBARDA



Durante i due secoli di permanenza in Italia i Longobardi ebbero modo di acquisire un'importante civilizzazione, acquisendo usi e costumi della cultura italica. A questo proposito, costituisce elemento di rilievo la conversione al cristianesimo e la fondazione, da parte di questi “ex barbari”, di alcune comunità monastiche.  Nel 749 re Astolfo diede in dono il territorio di Fanano al cognato Anselmo, nell’intento di riaprire la strada esistente in epoca romana che collegava la pianura sul Po con la Val di Lima e Lucca. Anselmo costruì quindi in tale località un ospizio dedicato a S.Giacomo, divenendo a sua volta Abate Benedettino. Due anni più tardi lo stesso Anselmo si spostò nella pianura tra Bologna e Modena, fondando l’Abbazia di S.Silvestro di Nonantola.

Costruiti due importanti centri di controllo della viabilità, ma anche del territorio, le strade che ne permettevano la comunicazione cominciarono ad essere attraversate da pellegrini, viandanti, mercanti e soldati, e le località che ne erano attraversate acquisirono una sempre maggiore importanza, mentre altri luoghi dediti all’ospitalità nascevano lungo il percorso. Le vie di comunicazione all’epoca seguivano i crinali e le alture, ritenuti più sicuri dalle imboscate, senza dover perdere di vista la linea guida dei fiumi. Non esisteva quindi una sola strada percorribile, ma un’area entro la quale era possibile scegliere percorsi diversi, a seconda delle condizioni del tempo, delle località che si aveva necessità di attraversare e delle strutture di accoglienza che si desiderava utilizzare.

I crinali del territorio compreso tra il Samoggia e il Panaro furono quindi attraversati da numerose direttrici, molte delle quali finivano per congiungersi in prossimità di Tiola. Uno dei percorsi più significativi della Via Longobarda attraversava il nostro territorio provenendo da Persiceto, intersecava la via Predosa fra Bazzano e Crespellano, giungeva a Bazzano e da qui si portava a Monteveglio. Da questa località saliva poi verso Zappolino, (dove ancora oggi esiste “Cà Ospizio”, che funzionò nel 1400-1500 come ospizio per trovatelli, ma che poteva essere all’epoca un ospizio per pellegrini), ma prima di raggiungerne il castello, la strada incontrava una località chiamata Sarmeda un abitato sorto su un antico accampamento di legionari originari dell’attuale Ucraina, i Sarmiti (Si trovava sulla collina che sovrasta l’attuale podere Scarsella).

La strada continuava poi a risalire il crinale del Samoggia, per toccare Tiola e la Pieve di Samoggia, sopra la quale si congiungeva con il ramo proveniente da Serravalle. (Oggi nel punto di intersezione è presente una lapide che riporta l’iscrizione “Ave Maria”, posizionata in epoca successiva). Oltrepassata la Pieve di Samoggia i viandanti potevano raggiungere S.Lucia di Roffeno, Bombiana, Rocca Corneta, Fanano, Ospitale, Lizzano Pistoiese e scendere poi verso Lucca o Pistoia.

Facendo un passo indietro e ritornando a Bazzano, è opportuno ricordare che da questa località si poteva scegliere il percorso per Serravalle, che si congiungeva con l’altro tracciato come abbiamo visto in prossimità di Samoggia – Tiola. Ritengo tuttavia che quest’ultimo tratto abbia acquisito importanza in epoche successive, mentre il tracciato Monteveglio – Zappolino doveva essere molto frequentato in età longobarda, questo spiegherebbe la dedicazione della parrocchia di Zappolino ai Santi Senesio e Teopompo (di origine turca, ma venerati appunto dai longobardi), le reliquie dei quali sono conservate proprio a Nonantola. Questa strada, o meglio questa area di strada, che in parte aveva ripreso tratti di tracciati romani caduti in disuso, diverrà alcuni anni più tardi una delle tante strade che portavano i Pellegrini da Santiago de Compostela a Roma, in pratica si troverà ad essere parte della Via Francigena, ed ha assunto ai nostri giorni diverse denominazioni: Via Longobarda, Via Romea Nonantolana, Via Cassiola (piccola Cassia).






LA ROCCA DI BAZZANO


Le origini della Rocca di Bazzano, a dispetto della leggenda che la vuole costruita da Matilde di Canossa, risalgono ad una data incerta ma sicuramente anteriore al Mille, nel periodo in cui in tutta l’area padana sorgevano castella o castra in difesa dalle invasioni barbariche.Nel 1038 il Vescovo di Modena Guiberto concede in enfiteusi il castello e la chiesa di Santo Stefano al Marchese Bonifacio di Canossa, padre di Matilde, la quale lo riceverà in eredità all’età di nove anni.
Morta Matilde senza eredi il castello torna a Modena.


 


Le prime mura della fortezza vennero costruite nel 1218. Nel corso del Duecento la Rocca viene assediata dai Bolognesi per ben due volte: nel 1228 con risultato negativo e nel 1247, quando invece i Bolognesi riuscirono ad espugnarla, pare per un tradimento, e diedero ordine di demolirla completamente facendo trasportare le pietre a Monteveglio, dove furono utilizzate per una casa torre destinata ai funzionari bolognesi di quel borgo. La fortezza fu in seguito ricostruita da Azzo VIII d’Este tra il 1296 e il 1311.


  



Nel 1317 venne ricostruito anche il cassero posto sulla porta d’ingresso delle mura, l’attuale torre dell’orologio. Dopo il 1371 i marchesi d’Este ampliarono le mura della Rocca (la porta d’ingresso di queste nuove mura è da identificarsi probabilmente con l’arco posto alcuni metri più in basso del cassero scendendo verso il paese (l’ingresso sud, dal quale passano le auto, risale invece a fine ‘800, quando venne costruito l’attuale cimitero). 

L’aspetto attuale dell’edificio risale però all’epoca rinascimentale, quando Giovanni II Bentivoglio lo trasformò in “delizia” signorile destinata alle vacanze in campagna.

Dell’antico nucleo tardoduecentesco rimangono solo la torre sul lato sud e l’ala attigua. Per il resto i nuovi muri a filari alternati di laterizi e ciottoli vengono interamente intonacati e parzialmente ricoperti di pitture, di cui sono conservate solo poche tracce. Anche i merli a coda di rondine sono ridotti a puri motivi decorativi.

 


Di notevole interesse quanto rimane delle pitture parietali delle sale, in buona parte recentemente restaurate. Nelle sale a piano terra si possono osservare alcuni stemmi a tempera, con gli emblemi dei Bentivoglio (la sega rossa a sette denti) e della celebre dinastia milanese degli Sforza (l’onda bianca e azzurra e il drago con un uomo in bocca), che ricordano il matrimonio di Giovanni Bentivoglio con Ginevra Sforza. Le iniziali Ms Zo rinviano allo stesso Giovanni Bentivoglio (”Messer Zoane”).

   


La Sala dei Giganti, la maggiore della Rocca, presenta una partitura architettonica di colonne, entro le quali sono inquadrati paesaggi (forse raffiguranti Bazzano e altre terre dei Bentivoglio) e grandi figure di armati con gli stemmi dipinti sugli scudi. Sul lato sud si osserva sovrapposto un centauro meccanico di stile futurista, dei primi del ‘900, tracciato al carboncino.

L’adiacente Sala del Camino presenta un motivo decorativo con l’arma bentivolesca inquartata con quella degli Sforza racchiusa da una collana di perle entro una cornice quadrilobata a nastro. Nella sala successiva (notare il soffitto) si osserva il frutto dei restauri degli anni della prima parte del ‘900.
 


   



La Sala dei Ghepardi è decorata col motivo del ghepardo entro una cornice di melograno, col motto “per amore tuto ben volgo soferire”. La Sala delle Ghirlande presenta lo stemma dei Bentivoglio inquartato con quello primitivo degli Sforza (il leone rampante con un ramo di melograni, o mele cotogne, su fondo blu); le iniziali di Giovanni Bentivoglio sono qui alternate con quelle della moglie “Madonna Zinevra” (Ma Za; a Ginevra alludono probabilmente i rami di ginepro).   

 
 



Gli ultimi secoli

La Rocca divenne successivamente sede del Capitanato della Montagna (notevoli i documenti dell’Archivio dei Capitani e dei Vicari, conservati in Comune) e, nei secoli seguenti, ospitò nei suoi ambienti le più svariate funzioni, da carcere (dove fu rinchiuso nel giugno del 1799 il poeta Ugo Foscolo) a teatro (nella Sala dei Giganti), da caserma a scuola, ad abitazioni private (ancora fino agli anni ‘60).
Oggi gli ambienti della Rocca ospitano il locale Centro Musica (Mediateca Intercomunale), il Museo Civico “Arsenio Crespellani” ed è sede della Fondazione Rocca dei Bentivoglio; la Rocca è utilizzata per svariati eventi pubblici e privati.


 



Nella Cantina (ove sono visibili le antichissime fondazioni del castello) è allestito il Punto informativo dei prodotti della Strada dei Vini e dei Sapori “Città Castelli Ciliegi”.
All'interno della Rocca è presente anche un piccolo Museo storico/archeologico con reperti che vanno dall'epoca delle Terramare alla prima guerra mondiale
(Fonte: Fondazione Rocca dei Bentivoglio)

    
     

     



MONTEVEGLIO


Fra tutti i borghi e i castelli che ancora conservano qualche ricordo d’antico, Monteveglio è quello che per la sua misteriosa riservatezza e il suo fascino attira l’interesse più d’ogni altro: dal turista sprovveduto d’arte allo storico, dal critico d’arte all’innamorato dell’antico ed infine al pellegrino domenicale. Da questo antico borgo e castello vicino a Bazzano, si gode la passata visione di una buona campagna, da definirsi pascoliana; Monteveglio sta su un monte denso d’erbe, d’arbusti e alberi; una strada scorrevole porta fin sulla cima. Da lassù, si capisce subito che il luogo doveva essere una antica fortezza, sia per la posizione naturale, sia per l’amplissima vista che si gode, ed anche per i resti di mura merlate e di torri che proteggono l’entrata del borgo, che conserva ancora la sua perfetta ed esatta fisionomia trecentesca, con la strada stretta stretta e tutta sassi e sobbalzi tra due file di case.


      


      

Gli Etruschi giunsero a stabilirsi sul colle all’incirca alla fine del VI° secolo a.C. nel momento della loro grande espansione. A Monteveglio si sono trovati vari pezzi etruschi dell’inizio del V° secolo a.C.; collegando l’epoca dell’espansione di questo popolo con l’epoca dei vasi rinvenuti si dà quasi per certo lo stabilirsi di una fiorente colonia all’inizio appunto del secolo V° a.C. Poco invece vi lasciarono i Romani. Dell’antico “Oppidum” o fortezza che essi certamente costruirono per dominare la valle e il monte, non restano che due frammenti di colonne, ora usate come sedili davanti ad una casa del paese, una larga lapide da cui è stata ricavata la mensa dell’altare centrale della cripta e qualche mattone manubriato, che si trova incastrato in alcune colonne della cripta stessa che cinge la piazzetta di fianco alla chiesa.






Mentre gli ultimi avanzi dell’impero romano d’occidente si dissolvevano sotto l’infuriare dei barbari, l’importanza e la potenza di Monteveglio si accresceva in modo tale, da oscurare quella che aveva avuto nell’antichità. Monteveglio, essendo fortezza di frontiera tra la nona e la decima provincia dell’Esarcato di Ravenna, si trovava sulla linea di confine che si estendeva dal monte Cimone fino a Sarsina e Urbino a sud, da questo si può capire l’estrema importanza che ebbe nella storia dell’Appennino bolognese.



  



Durante il Medioevo stette circa due secoli sotto il dominio dell’Esarca di Ravenna, ed essendo per sua naturale posizione proprio ai confini dell’Impero bizantino, sopportò l’impeto e la pressione longobarda per molto tempo. Quando poi l’Imperatore di Bisanzio Leone Isaurico decretò la lotta contro le sacre immagini, le difese dei bizantini si indebolirono, per la ribellione delle popolazioni italiche a quest’ordine assurdo. Ne approfittò Liutprando (re dei Longobardi) per entrare nell’Esarcato, occupando il Frignano, Bologna, la Pentacoli, Osimo e, dopo una durissima resistenza, nel 728, il castello di Monteveglio.

Di questa occupazione, ancor oggi nel borgo rimangono significative tracce costituite da formelle rettangolari di marmo. In seguito a questo fatto d’arme, a cui fu sottoposto prima e dopo l’assedio longobardo, Monteveglio perdette gran parte della primitiva grandezza.


  



Successivamente passò sotto il dominio della Casa degli Attoni, di cui l’ultima discendente fu Matilde di Canossa, Contessa di Toscana, che possedeva già grandi feudi e terre in Emilia, in Toscana, in Umbria e in Lombardia ed era potente in Italia come pochi altri principi e signori, tanto che, in quello scontro essenziale di interessi e di poteri che fu la lotta per le investiture, la Chiesa sollecitò l’appoggio di Matilde contro lo strapotere dell’impero. E fu proprio durante questa lunghissima guerra, che il castello di Monteveglio ebbe a sostenere una delle più celebri e decisive battaglie, una lapide posta all’ingresso del borgo, sul davanti della torre d’entrata, sta a ricordarne ancor oggi l’antica potenza in terra bolognese.

Morta Matilde, tutte le terre di lei, ad eccezione del dominio degli Ubaldini, che comprendeva terre presso Scaricalasino, rimasero ai rispettivi vassalli ed ai loro discendenti, che quei castelli avevano governato per ordine di Matilde in qualità di “Cattanei”. Nella gerarchia medievale i Cattanei erano una via di mezzo tra il Conte e il Valvassore; il loro nome deriva da una abbreviazione di capitaneus, che appunto significa reggitore di presidio o di castello.


   


Questa società di nobili, che come primo compito aveva la difesa del castello, diede vita a Monteveglio al primo nucleo di governo comunale attirando a sé tutto il popolo e facilitando la fusione delle classi; fatto che invece non si manifestava nei comuni feudali, dove ad un signore unico si contrapponeva il popolo, e il comune sorse non in armonia di classi su un piano di primitiva democrazia, ma in contrapposizione allo stesso feudatario. Questo comune ad impronta aristocratica, che tuttavia si dimostra uno dei più evoluti di tutte le terre bolognesi di quei tempi, si trova ben presto a competere con le due città di Modena e Bologna che assai cresciute in potenza, si contendono in una lunghissima guerra le terre di confine. Monteveglio si appoggia ora all’una ora all’altra per mantenere anche solo in parte la sua libertà, ma nel 1157 è costretto a seguire l’esempio degli abitanti del castello di Oliveto, passando ai bolognesi, mentre erano consoli a Bologna Accarisio Corte, Isnardo Attoni e Arsone Garisendi.

La sottomissione a Bologna tuttavia non durò molto perché un anno dopo, nel 1158, sia Monteveglio che Oliveto, dietro incitamento dei modenesi, si ribellarono a Bologna e si tolsero dalla sua soggezione, e siccome il castello di Monteveglio era particolarmente importante per il Comune di Bologna, i consoli bolognesi mandarono un esercito per ricondurre con la forza i ribelli all’obbedienza. Sommosse e riconquiste si succedono senza posa; particolarmente duro dovette essere l’attacco portato dai bolognesi nel 1179 al castello, se esso ne fu addirittura semidistrutto. Fra il 1179 e il 1182 vediamo infatti Monteveglio chiedere aiuto e fondi al Papa e all’Imperatore Enrico VI per poter riedificare il castello.





Il Papa Innocenzo III, a cui i montevegliesi si erano rivolti non solo per avere aiuti economici ma anche per chiedere che il loro castello potesse quanto prima far parte del dominio temporale della Chiesa, rispose con un rifiuto. Stretto dalla sempre più forte pressione di Bologna, senza aiuto da parte di alcuno, conteso anche da Modena e protagonista di continue guerre e durissime lotte, il castello di Monteveglio, già così forte un tempo ed ora non più, fa atto definitivo di sottomissione a Bologna il 18 luglio 1198.

Il 16 agosto dello stesso anno, gli abitanti del borgo si radunarono sulla piazza alta. Davanti al pretore Uberto ed i messi del comune di Bologna, i 114 rappresentanti del popolo di Monteveglio giurarono fedeltà a Bologna nel chiostro romanico dell’Abbazia. La chiesa è dedicata a Santa Maria Assunta: in questa chiesa fin dal 1527 si svolge il 25 marzo di ogni anno, la cerimonia della “consegna del Cero Votivo” da parte delle Autorità alla Vergine, in memoria della prodigiosa liberazione dall’assalto dei Lanzichenecchi, avvenuta nel giorno dell’Annunciazione nell’anno 1527.
(cenni storici tratti da scritti del Prof. Renato Passeri)






CASTELLO DI SERRAVALLE

Fondato nel 1227 dai bolognesi al confine del loro territorio con le giurisdizioni di Modena, Castello di Serravalle dichiara nel toponimo l’originaria funzione difensiva.
La verdissima ed ondulata plaga di mezza collina in cui si trova è segnata da un corso d’acqua affluente del Samoggia, ovvero il torrente Ghiaie di Serravalle, formato dall’unione, presso Osteriola, del Rio Maggiore o Ghiaie di Monte Orsello, che scende dal Monte Roppio, con il Ghiaie di Ciano, o Ghiaietta di Monte Ombraro, che nasce dal Monte Ombraro. Numerosi i piccoli affluenti; il più cospicuo è il Rio di serravalle. Fra Maiola e Zapponino, ed altrove, vaste zone di calanchi spezzano il verde.


      



I castelli di Zapponino, serravalle, Tiola e Cuzzano ebbero forti rocche: ciò comportò in questo luogo lo svolgersi di vari fatti d’arme che coinvolsero sovente la città di Bologna. Il principale fu, il 15 novembre 1325, lo scontro fra i ghibellini di Modena, di Mantova e di Cremona, comandati da Rinaldo Bonaccolsi Signore di Mantova detto “il Passerino”, ed i bolognesi: questa battaglia si svolse ai prati di Soletto e Parviano, oggi Bersagliera presso Zapponino, e vide distrutta l’armata bolognese, che ebbe 3000 morti e altrettanti prigionieri. Ciò procurò al luogo il popolare nome di Prato dei Morti.

 


Ma l’intera storia delle terre di Serravalle, in gran parte per le sanguinarie imprese dell’indigeno Muzzarello da Cuzzano e di altri tristi signori della guerra, quali Alberto e Zollo da Serravalle, resta segnata nei secoli XIV e XV dalle armi. Nel ‘500 si confermano in questi luoghi alcune signorie originate da investiture pontificie, quelle dei Boccadiferro, dei Gozzadini, dei Ludovisi.

 


I quattro storici comuni medioevali o massarie di Serravalle, Tiola, Ponzano e Zapponino nel 1815 costituirono il nuovo comune di Serravalle, che il 4 dicembre 1862 divenne Castello di Serravalle.
Posto su un colle, l’antico castello di Serravalle nel 1235 ebbe come Capitano un Giacomo di San Lorenzo in Collina: della cerchia murata, che era lunga 486 m, restano una ben conservata porta ogivale con ponte levatoio ed il cassero. Il cosiddetto Castello attualmente visibile è una rocca con cortili costruita nel ‘500, collegata mediante una galleria sotterranea al palazzo più volte rimaneggiato (fino al XVIII secolo) che fu per tre secoli dei Boccadiferro e ai primi dell’Ottocento passò ai Banzi. All’interno del castello, nel borgo antico, dalle tipiche case e viuzze, è la Casa del Comune (1235) fatta erigere dal ricordato Giacomo. Emergono inoltre la torre della rocca, che è l’antico mastio modificato nel 1523, e quella del Capitano del Popolo, nonché il campanile romanico della Chiesa di San Pietro. Questa, che era l’antica chiesa castellana, parrocchia nel 1378, fu rifatta nel 1600; la facciata attuale è del 1923. All’interno si conserva una scultura policroma della Madonna del Rosario circondata dai Misteri, su tela, del secolo XVII.


 


A Castelletto, capoluogo comunale e sede degli uffici municipali forse dal 1815, sorge l’antica Chiesa si S. Apollinare di Serravalle, bella mole barocca del 1744 nel verde di un vasto terrazzo fluviale: nota nel XI secolo, sicuramente parrocchia nel 1378, possiede interessanti opere d’arte, fra le quali sono dipinti di Bartolomeo Passerotti, Giuseppe Marchesi detto il Sansone, Giuseppe Varotti.



 


A poca distanza, presso il Rio di Serravalle, in una macchia di latifoglie, si trova Cà di Clò, una borgatella rurale del secolo XVII con l’oratorio di S. Barbara.
Maiola, parrocchia già nel 1378 con il nome di San Giovanni Battista di Montemauro, ha una chiesetta dedicata al S. Cuore di gesù, ricostruita nel 1904, con un campanile settecentesco. Nei dintorni, la Casa Benedetti con la torre, la Casa Gauzano o Gavazzano, anch’essa con torre, la Casa Maenzano. Bella la distesa di calanchi verso Zappolino.

Nella vicina Tiola, sul colle ove nel secolo XII era un castello dalle mura estendentesi per 250 metri e del quale resta solamente qualche rudere, sorge l’antica chiesa castellana di S. Michele Arcangelo, che era già parrocchia nel 1300 e che fu restaurata nel 1794: conserva un S. Michele del Sansone (secolo XVIII); il campanile è del 1889. Notevoli nella zona alcuni caratteristici edifici risalenti ai secoli XVII – XVIII.





A Fagnano, dove probabilmente nacque Lamberto Fagnani che fu papa con il nome di Onorio II (1124 – 1130), presso Monte Biancano, è la Chiesa di S. Maria Assunta, con campanile protoromantico del secolo XI, e con resti romanici nel piccolo chiostro a doppio loggiato. Eretta nel 1064 da un Martino di Domenico di Fagnano, parrocchia già nel XII secolo, questa chiesa fu ricostruita nel 1155, modificata nel secolo XVI e ancora nel XIX. Dal 1664 fu dei Canonici regolari lateranensi di Monteveglio. Nei dintorni, si trovano la casa Vallona, con torre, e la Casa Cantagallo.

A Ponzano, culla dei temibili feudatari da Cuzzano, sorgeva l’antichissima chiesa di San Doato, parrocchia dal 1300, ma distrutta dalla guerra nel 1945; nel 1953 è stata ricostruita dall’architetto Leo Ferrini.






A Zappolino, tra il Vòlgolo ed il Samoggia, sono visibili pochi resti del Castello del XIII secolo che in origine aveva mura lunghe 950 metri; gravemente danneggiato dal terremoto del 1929, fu demolito. LA Chiesa dei SS. Senesio e Teopompo, parrocchiale già nel 1300, è oggi sostituita nell’uso liturgico dalla nuova chiesa del 1958 dedicata a S. Antonio da Padova.





Nel territorio esistono notevoli antiche case: le Case Ceccoli di Sotto, nucleo iniziato nel XV secolo; la Casa Bertù, datata 1587, con torre; l’edificio detto case Rosse (o il Palazzo) in mattoni, eretto nel secolo XV ed ampliato forse nel XVI dai Gozzadini. Il quel di Zappolino e nel podere Sgolfo è stata individuata un’area archeologica definita di grande interesse.

(Tratto da AA. VV. L’Emilia Romagna paese per paese – 1987, Editrice Bonechi, FI)