giovedì 13 dicembre 2018

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GLI ETRUSCHI DI MARZABOTTO


L'itinerario proposto ci porta a scoprire un' importante testimonianza dell'Etruria padana: la città Etrusca di Marzabotto!
Si tratta probabilmente dell’antica Misa citata sui Cippi di Rubiera, posta nelle vicinanze di Felsina capitale dell’Etruria padana, forse avamposto di frontiera della stessa ma con una sua identità culturale ed una sua storia.
La città fu scoperta nel 1865 dal bolognese Giovanni Gozzadini, su una parte del fondo del conte Giuseppe Aria, da cui oggi prende il nome il Museo che raccoglie i reperti rinvenuti nei successivi diversi scavi.
A differenza di altre città etrusche come Felsina, qui l’abbandono del sito ha garantito la conservazione dell’impianto urbano nel suo disegno originale, cosa che ci consente ancora oggi di percorrere le antiche strade lungo le quali si snodano case di abitazione, aree artigianali ed edifici sacri. A margine della città sono inoltre presenti due necropoli e un’acropoli.
Il Parco archeologico si trova subito dopo l'abitato di Marzabotto sulla sinistra, facilmente raggiungibile percorrendo la SS 64 Porrettana ad una ventina di chilometri da Casalecchio; il Parco è fruibile gratuitamente ed è dotato di un comodo parcheggio.
A ridosso dell' area archeologica è presente Museo Nazionale Etrusco "Pompeo Aria", assolutamente da vedere.

The old town
The Etruscan town of Marzabotto was founded in the early 5th century B.C. in the valley where the river Reno flows, along the main part of the Appennini which links the so-called Tyrrenian Etruria with Bologna -the ancient Felsina- and Etruria Padana.
During the second half of 6th century B.C., the very complex urban structure of this town, which is still visible today for most part of it, was the place of a village constituted only by simple huts, but with some handicraft centres and a small worship place. At the beginning of the 5th century B.C. the proper town was founded and planned according to rational urban criteria. In fact, from the main broad streets 15 metres wide that crossed the urban area from North to South and from East to West, the area was divided in large sectors called “regions”. These zones were further subdivides into suburbs, thanks to other smaller streets 5 metres wide that went from North to South. Houses were built within those suburbs.
The only remains we have from the houses are the cobble foundations and the ruins of roofs, which were made of roofing-tiles and bent-tiles. From the planimetrical point of view, all the houses present a clear uniformity: they are placed around a central, open-air court in which sometimes it is possible to find a well. Generally, the rooms that  were used for commercial activities and handicraft were along the main streets, as well as the huge workshops for clay and metal work. In those buildings, great brick-kilns and shells are still visible.
At the extreme North and East edges of the town we find two graveyards (Sepolcreti). The tombs were made of travertine plates and modelled on cylinder shape. Outdoors, they were indicated by various funeral signs: great cobble stones, sometimes elaborated monuments like small columns, onion-shaped stones and memorials, which could be decorated too.
On the hill of Misanello, that overlooks the town from North-West, the Acropolis was established. There, important worship places like temples and altars were built. Of these sites, it is now possible to admire the foundation walls and roofing-tiles, bent-tiles, decorated antefixes related to their roofs downfalls.
Another sacred area, the fountain-sanctuary, was set outside the centre, in the North-East, near a water spring which was believed to have a wealthy power. The sanctuary was well-structured and decorated, as the remains of the roof  decoration and the furniture, displayed in the Museum, clearly demonstrate.
The town life saw an end around the middle of 4th century B.C. with the arrival of the Gauls in the Po valley. The Gauls occupied certain parts of the inhabited Etruscan area; they also built a graveyard at the foot of the Acropolis. From then onwards, the town has not been properly invaded anymore for centuries and that is why it remains the only and unique example of a totally preserved Etruscan town.
The Museum
The National Etruscan Museum “Pompeo Aria” is located within the archaeological site. In its exhibition rooms we find all the material which refers to the different stages of the town invasions: from the second half of 6th century B.C. to the Gallic invasion and the Roman period, when a farm was built in a peripheral area of the town. Objects are displayed according to topographical and chronological criteria and the Museum owns a rich didactic apparatus, such as the partial reconstructions of the roofs.

Orari:
Dal 1 aprile al 31 ottobre da Martedì a Domenica dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.30
Dal 1 novembre al 31 marzo da Martedì a Domenica dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.30
Chiuso il lunedì, Natale e Capodanno
La zona archeologica è gratuita ed è aperta tutti i giorni delle 8 alle 19 (dal 1 aprile al 31 ottobre) e dalle 8 alle 17.30 (dal 1 novembre al 31 marzo)
Opening Hours:
Museum: Apr 1 to Oct 31 Tuesday-Sunday 9-13 and 15-18.30
Nov 1 to Mar 31 Tuesday-Sunday 9-13 and 14-17.30
Closed Mondays, Jan 1 & Dec 25
The Archaeological Site is free and open all days 8-19 (Apr 1 to Oct 31) & 8-17.30 (Nov 1 to Mar 31)

Costo biglietto (Ticket): 2 eur

Contatti: e-mail Museo Etrusco di Marzabotto - tel. (+39) 051.932353 - fax (+39) 051.932353

 

                                               STORIA
 
Nell’antichità la Valle del Reno costituiva la principale via di comunicazione fra la pianura padana e l’attuale Toscana, attraverso l’Appennino tosco-emiliano. E’ lungo questo percorso, da sempre frequentato dagli Etruschi per interessi commerciali, che attorno alla metà del VI secolo a.C. nasce la città di Marzabotto. Alle origini stesse della città infatti è un’imprescindibile funzione itineraria, sulla principale direttrice che collegava Bologna etrusca all’Etruria tirrenica, cui si associa una spiccata vocazione artigianale e in particolare metallurgica, fondamentale nell’economia della città.
Nella sua prima fase di vita (550-500 a.C.), la città di Marzabotto è costituita da un nucleo di capanne di dimensioni considerevoli e forma approssimativamente circolare, distribuite in maniera irregolare su tutto il pianoro di Misano, un luogo di culto per le acque a nord-est della città frequentato fin da tempi antichissimi e incentrato su una sorgente ritenuta salutare, una fonderia per il bronzo e infine, in un terrazzo a quota inferiore a est della città, uno spazio adibito alla sepoltura dei defunti.
 
Attorno al 500 a.C., nel clima di generale riassetto dell’Etruria padana in cui Bologna (Felsina) svolse un ruolo fondamentale, l’intera città di Marzabotto viene fondata ex novo con un ampio progetto unitario. All’irregolare abitato di capanne si sostituisce un impianto urbanistico rigoroso, articolato su quattro principali assi stradali ortogonali di notevole ampiezza (15 m) perfettamente orientati secondo i quattro punti cardinali. Un unico asse longitudinale (plateia A) attraversa la città da nord a sud intersecando altri tre assi di uguale larghezza, orientati in senso est-ovest. Un impianto di questo tipo suddivide l’abitato in 8 grandi quartieri, denominati Regiones, a loro volta percorsi da strade longitudinali di 5 m (stenopoi) che formano isolati allungati, di cui l’Insula 1 della Regio IV costituisce l’unico interamente scavato. Tale isolato, affacciato sulla strada principale comprende al suo interno diverse unità abitative. Accanto ad un impianto urbanistico così rigoroso si pone una precisa organizzazione funzionale degli spazi, per cui al di fuori dell’abitato vengono create l’acropoli, due necropoli a nord e a est (con sepolture già della fase precedente), immediatamente al di fuori delle porte di accesso alla città, e viene dato un apprestamento monumentale al santuario fontile, anch’esso già frequentato in epoca precedente. Da un punto di vista urbanistico, la città assume un aspetto essenzialmente greco, ma che presuppone un rituale di fondazione conforme alla etrusca disciplina, testimoniato da un grosso ciottolo di fiume infisso nel terreno su cui è graffita una crux che indica i punti cardinali, rinvenuto all’incrocio delle strade principali A e C, e dalla perfetta orientazione dell’acropoli rispetto all’abitato. Per questo Marzabotto, più che città greca, è vero e proprio templum, emanazione dell’acropoli e proiezione del templum celeste abitato dagli dei.
Le due porte della città, volte l’una verso Felsina, l’altra verso l’Etruria tirrenica, e lo sviluppo di impianti artigianali tecnologicamente avanzati e del tutto autonomi (come la grande fornace per i laterizi e la fonderia per la lavorazione del ferro e la fusione del bronzo) vanno ulteriormente a potenziare l’importanza di Marzabotto nell’ambito delle attività commerciali rese possibili dal controllo della via lungo la valle del Reno.
In seguito alle scorrerie galliche che interessarono nella metà del IV secolo l’Italia settentrionale, la città di Marzabotto viene abbandonata e occupata da un piccolo nucleo di popolazione gallica, che ne fa un avamposto militare stravolgendone l’organizzazione urbana. Più tardi, tra il I secolo a.C. e il I d.C., una fattoria romana sarà impiantata nel lembo orientale del pianoro, ai margini della città antica.
Il declino dell'antica colonia etrusca fu cosí rapido e inesorabile che quando i Romani ne presero possesso non tentarono neppure di ripristinarne l'assetto urbano, parzialmente scardinato anche dall'erosione fluviale; nel I secolo a.C. a Misa sorgeva solo una villa rustica di notevoli dimensioni della quale oggi sono visibili le fondamenta, il pozzo e i resti di una fornace per laterizi.

 

Le Case
 
Le planimetrie delle distinte abitazioni si caratterizzano per una fondamentale uniformità di fondo, dettata innanzitutto dalla necessità di rispettare il rigido criterio di ortogonalità delle strade, e dunque dei muri di delimitazione dell'isolato, che si ripercuoteva conseguentemente sui muri di suddivisione interna. Le abitazioni messe in luce presentano un'articolazione interna che, pur con possibilità di variazioni, resta fedele ad uno schema planimetrico piuttosto fisso. Si tratta infatti generalmente di abitazioni di pianta rettangolare incentrata su un grande cortile interno a cielo aperto con planimetria cruciforme che costituiva pressoché l'unica fonte di illuminazione e areazione per l'intera abitazione, i cui muri perimetrali laterali, addossati com'erano a quelli delle case adiacenti, non dovevano presentare aperture. Su questo cortile, che costituiva il vero e proprio nucleo della casa ed era spesso dotato di un pozzo centrale per l'approvvigionamento dell'acqua direttamente dalla falda, si articolavano gli ambienti che avevano una funzione strettamente residenziale e di rappresentanza. Tra questi si distinguono in particolare i tre vani che si disponevano alle spalle del cortile, di cui quello centrale, aperto sullo stesso, richiama per molti versi il tablinum delle successive case d'età romana, e per il quale è legittimo ipotizzare una funzione non troppo dissimile. Quest'area riposta della casa era raggiungibile dall'ingresso attraverso un lungo corridoio percorso per tutta la sua lunghezza da una canaletta di scolo delle acque perfettamente perpendicolare alla plateia A e confluente nella grande canaletta pubblica che affiancava la strada stessa. Sul corridoio si aprivano una serie di ambienti per alcuni dei quali è possibile ipotizzare una funzione produttiva e commerciale. In particolare nei vani prospicienti la plateia A tale funzione è confermata, oltre che dalla particolare posizione, anche dai materiali rinvenuti nel corso dello scavo, come scorie di ferro, frammenti di crogiuoli e un paio di tenaglie da fabbro ferraio che documentano come in questi vani si svolgesse un'intensa attività metallurgica.
Degli edifici individuati nell'isolato si conservano e sono visibili soltanto le fondazioni in ciottoli a secco costituenti un sistema di muri continui che non consentono di individuare la collocazione delle aperture delle porte, le cui soglie erano evidentemente riconoscibili solamente al livello del piano pavimentale, non più conservato. Oltre alle fondazioni si conservano anche i resti del tetto delle abitazioni, realizzato in tegole e coppi di terracotta e ricostruito all'interno del Museo. Qui è possibile osservare i due diversi sistemi di copertura previsti in ogni singola abitazione della città: la normale copertura a doppio spiovente e la speciale copertura a quattro falde convergenti verso l'interno (tetto compluviato), riservata ai vani che si articolavano attorno al cortile. Nulla invece si è conservato dell'alzato, evidentemente costruito con materiale deperibile, come il legno e i mattoni crudi, semplicemente essiccati al sole e parzialmente cotti.













Le officine artigianali

 
Nell’economia della città occupava un posto rilevante la produzione di ceramiche e di laterizi e la lavorazione dei metalli. Ciò è indiziato dalla presenza di due importanti settori produttivi: una grande fornace per la cottura di ceramica e la fonderia. Entrambi i settori artigianali si affacciavano sull’arteria stradale principale; per quanto riguarda la fornace per la produzione di ceramiche e di laterizi proprio questa sua collocazione, ma anche le sue dimensioni e la sua organizzazione, la connotano come una grande fornace “pubblica” per servire l’intera città. La fonderia si ricollega, invece, a più generali funzioni storiche e commerciali della città, che si delinea così come centro produttivo con spiccata vocazione metallurgica.
La fornace per la produzione di vasellame e di laterizi, datata al V sec. a.C., è stata individuata nel settore settentrionale dell’area urbana, all’interno della Regio II-Insula 1; essa risulta sviluppata in tre ambienti allineati in senso nord-sud e affacciati sulla grande strada. All’interno dell’edificio sono state individuate le strutture necessarie all’attività produttiva, tutte concentrate nell’ambiente A, che hanno permesso sia di ricostruire l’organizzazione di una grande bottega, sia di ripercorrere le varie tappe dell’intero processo produttivo. L'impianto idrico presente ai piedi dell'acropoli garantiva un rifornimento costante di acqua indispensabile per il lavoro degli artigiani. Da questo impianto, infatti, partiva una diramazione che arrivava fino alla fornace, dove è stato individuato un condotto, ancora ben visibile, costituito da una fila di coppi e posto a fianco di una vasca rettangolare utilizzata per la decantazione dell'acqua. Essa era realizzata con fondo e pareti in tegole, le cui connessure erano stuccate con argilla per garantire la tenuta stagna. Presso l’angolo nord-orientale dell’ambiente A è stata individuata una cavità di forma rettangolare scavata nel terreno e riempita di argilla gialla, interpretabile come buca per la preparazione dell’impasto di argilla utilizzato per la produzione di ceramiche e laterizi.
La struttura più importante per la ricostruzione dell’intero processo produttivo è il forno con bocche di aerazione individuate nel settore occidentale dell’ambiente A. Esso aveva dimensioni considerevoli ma non se ne distingue più chiaramente la struttura originaria. Infatti il settore presso il quale veniva acceso il combustibile, il praefurnium, non si è conservato e non è possibile determinarne chiaramente struttura e dimensioni. La camera di combustione, dove veniva spinto il combustibile acceso, presenta il fondo in terra cotta e pareti in mattoni d’impasto grossolano leggermente cotto. Quattro bocche di aerazione di diversa ampiezza e con pareti costruite con mattoni crudi sono presenti nel settore meridionale della camera. Su queste bocche e sulla camera di combustione doveva appoggiare il piano forato, sul quale venivano impilati i manufatti da cuocere. La camera di cottura doveva essere coperta da una volta, non conservata e generalmente costruita con mattoni di argilla, che venivano rimossi al termine del processo di cottura.
All’interno dell'edificio vi era poi una tettoia di cui restano solo buche di palo allineate in senso nord-sud e affacciate sulla strada principale. Si può ipotizzare che questa tettoia fosse utilizzata sia nella fase di essiccazione dei manufatti per proteggerli dai raggi solari o da altri agenti atmosferici, sia per collocare i manufatti già cotti, pronti per essere venduti.
L’ambiente B si articola in tre vani affiancati in senso est-ovest dove è stato trovato materiale ceramico, tra cui soprattutto vasi contenitori di acqua, che portano ad ipotizzare una funzione di questo settore come riserva idrica, particolarmente necessaria all’interno della fornace. L’officina artigianale analizzata è stata datata al V secolo a.C. in base ai materiali individuati, ma venne costruita su precedenti strutture sempre a carattere artigianale risalenti al VI secolo a.C..
L’officina per la fusione del bronzo è stata individuata nel settore mediano della Regio V-Insula 5, anch'essa affacciata sulla grande strada A. Era caratterizzata da diversi ambienti con vasche e canalette ricollegabili alle varie fasi di lavorazione del metallo e da un forno a pianta circolare con la camera di combustione chiusa da un piano orizzontale munito di fori per l’aerazione. Su questo piano erano collocati, insieme a legna e a carbone, i minerali dai quali si ricavava il rame o il ferro. Non è infatti del tutto chiara la funzione di questo forno che poteva essere utilizzato sia per la riduzione del rame sia per la scorificazione del ferro, anche se l’attività prevalente doveva essere quella della fusione del bronzo. Per questo settore artigianale particolare importanza assumono i materiali rinvenuti, fra i quali, ad esempio, le matrici di fusione in argilla che documentano un’elevata tecnica fusoria e anche notevoli capacità sul piano stilistico. Tali capacità sono evidenti nel bronzetto raffigurante un personaggio maschile con chitone e mantello, colto nell’atto di stringersi la barba con la mano (fine VI secolo a.C.) e nei frammenti di matrici pertinenti ad una grande statua, sempre maschile, che doveva raggiungere un’altezza di quasi un metro (attorno al 500 a.C.).
Questa officina è stata datata al V secolo a.C. in base ai materiali individuati, ma come per la bottega ceramica, anche per questo settore è documentata una continuità funzionale con livelli più antichi risalenti al VI secolo a.C.




L'Acquedotto 

 
L'impianto urbano della città, perfettamente pianificato sotto l'aspetto della viabilità e della distinzione tra spazi pubblici e spazi privati, prevedeva anche una complesso ed efficiente sistema idrico consistente in opere di canalizzazione delle acque piovane e pozzi per la captazione delle acque sorgive che coinvolgeva sia le abitazioni private sia le strutture pubbliche e la rete stradale.
Fulcro di questo sistema era una struttura che fu indagata tra il 1870 e il 1872 da F. Sansoni, assistente di scavo di G. Gozzadini prima e di E. Brizio poi. La struttura venne individuata all'estremità occidentale della plateia B, ai piedi della collina di Misanello sede dell'acropoli, a cui la stessa strada conduceva. Rinvenuta a 4,50 m di profondità rispetto al piano di calpestio attuale, in un settore caratterizzato dalla presenza di un consistente deposito di terreno di erosione, dopo essere stata scavata venne ricomposta poco lontano dal sito originario, dove è possibile visitarla tutt'ora. Tale ricomposizione non perfettamente in situ si dovette al desiderio degli allora proprietari del terreno di costruire proprio in quel luogo un piccolo acquedotto racchiuso in una costruzione in stile etruschizzante (o meglio egittizzante), ancora oggi esistente in prossimità della struttura antica. Tanto l'impianto etrusco quanto quello ottocentesco captavano le acque di una sorgente naturale attiva in quel luogo.








L'impianto idrico antico, interamente realizzato con lastre e blocchi squadrati di travertino, si compone di un corpo centrale di forma rettangolare da cui si dipartono tre canali.
Il corpo centrale delle dimensioni di 1,80 x 1,20 m e con un'altezza di 0,50 m, si presenta parzialmente coperto e internamente suddiviso da un diaframma in due vasche di differente livello. A questa struttura, attraverso un'unica imboccatura, si innestano due distinti canali di immissione delle acque provenienti dalla zona subito a monte, dove catturavano l'acqua di una falda quasi affiorante per convogliarla nella prima delle due vasche, che con i suoi circa 3 metri cubi di capacità aveva evidentemente la funzione di vasca di decantazione. L'acqua, ripulita delle impurità che si depositavano sul fondo di questa prima vasca, immettendosi per sfioramento nella seconda vasca, attraverso un condotto di emissione veniva incanalata in direzione Est, verso la sottostante area urbana. Si deve evidentemente ad una ristrutturazione successiva l'aggiunta di un secondo canale di emissione, diretto verso Sud, che anziché innestarsi nella seconda vasca si innestava direttamente in quella di decantazione, rimanendo di conseguenza sprovvisto di un sistema di filtraggio ma assolvendo comunque alla sua funzione di canalizzazione delle acque verso l'area urbana. Entrambi i canali di uscita sono realizzati con la medesima tecnica costruttiva, componendosi di un doppio filare di blocchi di travertino piani all'esterno e concavi all'interno in modo tale da formare un foro di 14 cm di diametro, dimensione che garantiva ai canali una notevole portata.
L'impianto, in antico lasciato probabilmente parzialmente a vista e dunque non privo forse di una sua monumentalità, doveva essere funzionale all'alimentazione idrica di due officine per la produzione di ceramiche e laterizi poste nei due settori urbani verso cui i canali di uscita dirigevano: l'una nell'area nord-occidentale dell'abitato, nell'Insula 1 della Regio II, tuttora visibile; l'altra a Sud, nel settore della città oggi franato nel sottostante fiume Reno, dunque non più esistente ma nota attraverso appunti di scavo di E. Brizio. La fornace ancora oggi conservata e visibile nell'Insula 1 della Regio II presenta un lungo condotto realizzato con coppi incastrati l'uno nell'altro, conservato per un tratto di almeno 20 m., che sembrerebbe dirigersi proprio verso l'altura dell'acropoli.
L'impianto idrico pubblico individuato ai piedi dell'altura di Misanello era dunque probabilmente funzionale alla fornitura di acqua corrente pulita a due importanti strutture per la produzione di ceramiche e laterizi che, sia per le dimensioni, sia per la complessità del loro impianto, sia per l'assenza di indizi che facciano pensare ad una loro parziale destinazione residenziale, potevano avere anch'essi una destinazione di tipo pubblico.

 




L'Acropoli di Marzabotto 
 
Il pianoro che accolse le strutture abitative della città etrusca di Marzabotto è dominato da una piccola altura, ubicata a ovest dell’insediamento, articolata su due terrazzi separati da un dislivello di circa 15 metri. In quest’area furono posizionati sei edifici sacri, messi in luce nella seconda metà dell’800, durante i lavori di sistemazione della zona come parco dell’adiacente villa di Giuseppe Aria: le strutture non furono oggetto di scavi sistematici e scientifici e, fatta eccezione per alcuni interventi di restauro e sondaggi, solo in anni recenti se ne è intrapresa un’indagine archeologica rigorosa.
In base ai dati finora noti il terrazzo di Misanello, corrispondente al versante sud-orientale dell’acropoli, conserva i resti ben visibili di quattro edifici, contrassegnati dalle lettere A, B, C e D, posti a due a due in rapida successione. Procedendo da est si incontrano le tracce di fondazione e parte dell’alzato in travertino di un tempio (A), probabilmente a cella unica, accanto al quale è conservato un pozzo con imboccatura rialzata entro podio quadrato, con scala d’accesso e vasca laterale (B). Al centro della terrazza sorge l’edificio C, il tempio più grande tra quelli dell’acropoli, gravemente danneggiato nella parte anteriore e laterale est dai lavori ottocenteschi. Restaurato più volte nel corso di oltre un secolo, è stato integrato nelle parti lacunose mediante ghiaia e cemento a livello del piano di campagna. Il tempio C, suddiviso internamente in tre celle, era un tipico tempio tuscanico con la parte posteriore occupata dalle celle e quella anteriore aperta, con doppia fila di quattro colonne. Lo stretto ambiente sul fondo della cella centrale, più che un vano di servizio costituiva probabilmente un basamento per i simulacri delle divinità venerate. L’alzato, in legno o in mattoni crudi, sosteneva un tetto coperto di tegole e coppi; le tegole di gronda dipinte e i coppi terminali chiusi da antefisse con palmette a rilievo, ravvivate dal colore, costituivano la sola decorazione dell’alzato. L’assenza di documentazione epigrafica e di testimonianze figurate non ci consente d’identificare quale o quali divinità in tale tempio si venerassero.
A ovest del tempio è situato un altare (D), di pianta quadrata, costruito con ciottoli a secco e rivestito esternamente da modanature in travertino: l’accesso avveniva dal lato meridionale tramite una scalinata di cinque gradini.
Nel punto più alto dell’acropoli, a ovest dell’altare (D), si trovava una quinta struttura (Y) composta da un podio rettangolare preceduto da una rampa di almeno tre gradini: tale costruzione, di cui oggi non resta nulla sul terreno, è stata interpretata come auguraculum, una sorta di osservatorio rituale, posto ai margini dell’area urbana e in posizione elevata, dal quale l’Augure, doveva essere in grado di osservare l’intera città e parte della campagna circostante.
A mezza costa lungo il pendio di Misanello, a una quota inferiore rispetto al pianoro dei templi, sporgono porzioni di muri pertinenti a un sesto edificio (E), il cui orientamento differisce sia dai restanti monumenti dell’acropoli, sia dalla città bassa.
Il tempio C e l’attiguo altare D presentano infatti l’asse maggiore posizionato in direzione nord-sud, riprendendo in tal modo l’andamento dell’area urbana e della relativa rete viaria; leggermente diversa appare l’orientazione degli edifici A e B, ruotati di pochi gradi in senso nord-ovest, mentre del tutto autonoma rispetto a questi risulta la posizione dell’auguraculum (Y) che, come rivelato dalle ultime campagne di scavo, si sviluppava lungo un asse nord-est, sud-ovest.
La posizione delle strutture messe in luce sul terrazzo di Misanello asseconda la volontà sia di rendere ben visibili i templi dalla città sottostante, sia di rispettare l’orientazione dell’abitato, fermi restando i necessari adattamenti alla geomorfologia dell’altura; l’acropoli si conforma dunque perfettamente al piano urbano.
Parte dei materiali rinvenuti sull’acropoli nel corso degli interventi ottocenteschi sono attualmente esposti nel Museo Archeologico di Marzabotto: tra questi si segnalano antefisse fittili a palmetta e tegole dipinte con motivi geometrici e vegetali. L’assenza di dati stratigrafici e topografici sicuri non permette di ricostruire l’apparato decorativo o eventuali fasi stilistiche dei singoli edifici, nè si dispone al momento di elementi che chiariscano quali culti fossero praticati in queste strutture.
La definizione di un’esatta cronologia dei monumenti dell’acropoli risulta ancor oggi per molti aspetti problematica. Al momento è possibile affermare che il podio B con il suo relativo pozzo venne edificato prima della realizzazione del tempio principale C e a sua volta il tempio C risulta anteriore agli edifici D ed A. Invece per il tempio E è ipotizzabile l’appartenenza a una fase che precede la regolarizzazione dell’insediamento, così come al primo insediamento potrebbero risalire i più antichi apprestamenti murari dell’auguraculum (Y).


Il santuario fontile
 
Oltre all’area sacra dell’acropoli, un altro importante luogo di culto della città di Marzabotto era il santuario fontile, posto ai margini dell’area urbana, nell’estremo lembo nord-orientale del pianoro di Misano e scavato negli anni 1968 e 1969 da G.A. Mansuelli.
La sua posizione in un’area periferica rispetto alla città è probabilmente da mettersi in relazione a una ricca sorgente naturale, le cui acque erano convogliate all’interno dell’edificio sacro. Il santuario, di ridotte dimensioni, era costituito da un pozzo di forma quadrata profondo m 1,50 e da una vasca rettangolare dove confluivano le acque della sorgente e dalla quale a sua volta defluivano mediante una canaletta di scolo; sia il pozzo sia la vasca erano realizzati in opera quadrata a grandi blocchi di travertino. All’angolo nord-ovest si è conservata una parte della pavimentazione anch’essa realizzata con grossi blocchi di travertino, che probabilmente in origine copriva tutta l’area; lungo i lati sud ed ovest è conservata anche un’assisa probabilmente pertinente ad un muro perimetrale.


 
La prima sistemazione architettonica, quando fu realizzata la complessa costruzione in travertino e l’edificio fu dotato di una pregevole copertura fittile – cui è pertinente un acroterio centrale con figura maschile a torso nudo, alata e seduta -, risale agli inizi del V sec. a.C., in concomitanza con la realizzazione della città regolare e pianificata di cui il santuario presenta lo stesso orientamento. I materiali rinvenuti nello scavo attestano però la frequentazione dell’area almeno sin dalla seconda metà del VI fino al IV sec. a.C., per quanto della prima fase di vita del santuario si può soltanto ipotizzare la presenza di una struttura stabile presso la fonte d’acqua. Tuttavia la concentrazione dei materiali più antichi nel settore ad est della canaletta di scolo delle acque induce a ritenere questo punto come il più antico del santuario. Tra questi materiali spiccano alcune ceramiche d’importazione di grande qualità, come le kylikes attiche, tra cui spicca la coppa dei Piccoli Maestri con raffigurazione di Achille e Aiace che giocano a dadi seduti sui rispettivi sgabelli.
Il luogo cultuale già nel VI secolo doveva quindi rivestire una grande importanza per l’insediamento di Marzabotto, in virtù del culto relativo alla presenza della sorgente che doveva avere riconosciute virtù terapeutiche; per questo motivo nel V secolo fu monumentalizzato ed inserito nella regolarizzazione della città secondo rigidi criteri urbanistici.
Lo scavo, oltre ad aver confermato la destinazione sacra dell’area, peraltro già evidente dalla struttura, ha restituito un’abbondante quantità di materiali votivi. Sono stati infatti rinvenuti numerosi bronzetti figurati (statuette maschili e femminili), ex voto anatomici, elementi decorativi di vasellame bronzeo tra cui un leoncino accovacciato che attesta la presenza di bacili metallici, inoltre diverse basi e cippi modanati, che costituivano le basi per le offerte votive (una di esse conserva ancora nella cavità centrale residui della fusione di piombo utile a fissare una statuetta). Infine sono stati rinvenuti numerosi frammenti ceramici pertinenti a ciotole di produzione locale e bacili.



Le necropoli

 
Le due necropoli della città etrusca di Marzabotto sono situate immediatamente al di fuori delle porte nord e est della città e il loro attuale aspetto appare profondamente mutato rispetto all’originario a causa di interventi ottocenteschi. La scelta di adibire queste aree a sepolcreti è dettata da un lato dalla consuetudine di seppellire i morti al di fuori dell’abitato, come nella maggior parte delle civiltà antiche, dall’altro da una relazione profonda tra le tombe e le strade di accesso alla città. Alla porta nord giungeva infatti la via proveniente da Felsina, mentre dalla porta est aveva inizio il percorso che, attraverso gli Appennini, metteva in collegamento l’Etruria padana con quella tirrenica.


                               
 
Questi particolari spazi destinati a necropoli, con le tombe disposte ai due lati delle vie di accesso alla città, rappresentavano certamente un segno di prestigio per la comunità che viveva a Marzabotto nei confronti di chi giungeva in città. I numerosi segnacoli funerari, la cui posizione originaria non è più ricostruibile, costituivano infatti un elemento di monumentalizzazione e stando alle ridotte dimensioni della necropoli dovevano essere comunque ben visibili. Nella necropoli est questo carattere monumentale era ulteriormente enfatizzato dalla presenza di uno spiazzo prospiciente la porta nel quale si trovava un luogo di culto a cui è riferibile il rinvenimento di alcuni bronzetti. Più vaghe sono invece le notizie riguardanti il sepolcreto settentrionale, dove la presenza di una via sepolcrale, certamente esistente, è desumibile esclusivamente dalla disposizione delle tombe in due gruppi ben distinti ai lati di uno spazio centrale libero.







La tipologia delle tombe documentata a Marzabotto è abbastanza omogenea. Ad alcune decine di inumazioni, entro fossa rivestita di ciottoli, si contrappone la prevalenza di sepolture ad incinerazione, sia entro pozzetti internamente rivestiti di ciottoli sia, nella maggior parte dei casi, in tombe a cassone costituite da grandi lastre di travertino sormontate da un segnacolo. La tipologia della tomba a cassone richiama l’Etruria tirrenica settentrionale, in particolare Populonia, ma è inoltre documentata in un unico caso anche a Bologna. Elemento probabilmente riconducibile all’importante ruolo di mediazione svolto da Marzabotto nell’ambito dei rapporti tra Felsina e l’Etruria tirrenica. 






 
Ad un più ampio quadro topografico, comunque sempre relativo all’Etruria settentrionale e interna (Volterra, Pisa, Orvieto), sono riconducibili i pochi segnacoli particolari della città. Al di sopra delle tombe, tradizionalmente ritenute completamente interrate, erano infatti collocati nella maggior parte dei casi grossi ciottoli di fiume di forma vagamente sferica, accanto ai quali si pongono alcuni esempi di monumenti funerari più ricercati: colonne forse sormontate da una sfera, una stele con defunta eroizzata rappresentata in atto di libare e alcuni cippi a bulbo, di cui uno con scena di giochi funebri, innestati su una base con angoli decorati da protomi di ariete; a questi si aggiungono tre statue frammentarie in marmo di ispirazione o addirittura di produzione greca, fra le quali in particolare una testa di kouros, per cui si è ipotizzata un’analoga destinazione funeraria sulla base di un confronto con Bologna, per il quale è certa la provenienza da un contesto sepolcrale.
I corredi funerari sono stati smembrati, ma è comunque possibile riconoscere l’adesione profonda all’ideologia funeraria del banchetto, comune a tutte le città dell’Etruria. Vasi importati dalla Grecia (per lo più crateri, kylikes e skyphoi, appunto connessi al consumo del vino) e bronzi pregiati (vasellame e strumenti per la preparazione del vino e il rituale del banchetto) testimoniano una notevole apertura commerciale della città etrusca di Marzabotto e il pieno inserimento nei circuiti più vitali, non solo dal punto di vita economico ma anche sociale e culturale.



Il sepolcreto gallico

 
A Marzabotto la presenza di genti celtiche sembra assumere i caratteri di un avamposto militare a controllo della Valle del Reno. L’occupazione è documentata da materiale sporadico, da tombe sparse ricavate utilizzando pozzi di case ormai fuori uso e da 25 sepolture, ripartite in due piccoli sepolcreti, uno posto alle falde dell’acropoli, caratterizzato per la maggior parte da tombe femminili o di adolescenti, e l’altro al centro dell’area urbana dove l’elemento maschile ha la prevalenza.
Dal momento che durante lo scavo, avvenuto tra 1869 e 1871, i singoli corredi non furono mantenuti divisi, difficile risulta ricomporre le associazioni originarie. Dalla lettura delle relazioni di scavo, l’inumazione figura come rito funerario esclusivo: il defunto è disteso in fossa semplice, talvolta rivestita di ciottoli o tegole, ed è generalmente orientato con testa rivolta a est o a ovest.
Le tombe femminili hanno restituito un corredo modesto, costituito da oggetti di ornamento (fibule, bracciali, anelli) in bronzo, in ferro e più raramente in argento. Nelle tombe maschili dove il morto è caratterizzato come guerriero, accanto agli oggetti ornamentali compaiono la spada con fodero, il cinturone a catena e la punta di lancia.

Lo studio tipologico dei materiali conservati delimita la presenza di Celti a Marzabotto tra la seconda metà del IV sec. a.C. e la seconda metà del III sec. a.C. La dislocazione delle sepolture in area urbana e l’utilizzo, per alcune di esse, di pozzi per l’acqua confermano che la città cessò di esistere come tale e che solo piccoli settori vennero utilizzati dai nuovi arrivati. In assenza di indicazioni sulle strutture abitative e produttive, risulta però difficile stabilire con esattezza i caratteri della presenza celtica dopo l’abbandono generalizzato dell’area da parte degli Etruschi.

 

La fattoria romana
 
In età romana l’occupazione della Valle del Reno è caratterizzata dai piccoli agglomerati di Sasso Marconi e Porretta, da pochi altri resti sporadici e dalla persistenza di toponimi fondiari indicativi di un’occupazione a carattere prevalentemente agricolo. Non si differenzia da questo panorama il piccolo insediamento rustico di Marzabotto, sorto tra il I sec. a.C. e il I sec. d. C., quando l’abitato etrusco era del tutto scomparso, e l’area era utilizzata esclusivamente per attività di pastorizia e agricoltura. 
 

  

La cosiddetta fattoria romana, messa in luce durante le campagne del 1966 e 1974-76, si trovava all’estremo lembo nord-orientale dell’impianto urbano etrusco, nel settore più settentrionale dell’Insula 2 della Regio III, al limite con la plateia B, dove si sovrappose ai resti di abitazioni etrusche già da tempo distrutte. Si tratta di un impianto rustico caratterizzato da tecniche edilizie e materiali molto modesti e fornito di due fornaci funzionali alla cottura di laterizi, elemento che testimonia l’autosufficienza del piccolo complesso.
Sull’area della strada B, della quale fu sfruttato il muretto di limite settentrionale, vennero costruiti due ambienti, indicati con le lettere A e B, entrambi di forma rettangolare, di cui il primo di dimensioni maggiori e con al suo interno un pozzo per l’acqua. Il vano B, più piccolo, era caratterizzato dal fatto che da circa metà del muretto meridionale si dipartiva una canaletta che, procedendo con andamento leggermente obliquo, confluiva in un’altra, indicata con la lettera D, più ampia della precedente, la cui funzione doveva evidentemente essere quella di scaricare le acque verso il pendio orientale del pianoro.
 
Più a sud sono state rinvenute e portate alla luce due fornaci, poste a 1,50 m di distanza fra loro, una delle quali, denominata E, è attualmente visibile, mentre l’altra è stata ricoperta perché rinvenuta pressoché distrutta. Entrambe erano orientate in senso nord-sud, rispecchiando l’orientamento dell’abitato più antico. Della fornace E rimangono il sistema di muretti in materiale refrattario, posti a sostegno di un piano forato in argilla anch’essa refrattaria sul quale venivano posti gli oggetti da sottoporre a cottura, soprattutto laterizi da costruzione; nulla è stato rinvenuto della copertura della fornace, quindi probabilmente realizzata ex novo ad ogni ciclo di cottura con materiali deperibili. La seconda fornace rispecchiava le stesse caratteristiche costruttive della prima, ma le pessime condizioni di ritrovamento non consentono altre considerazioni.
Nei pressi delle due fornaci vi erano tre sepolture, due in fossa semplice, una delle quali di bambino, e la terza del tipo “alla cappuccina”, cioè con piano e copertura a doppio spiovente realizzata con grandi tegole fittili.
Le modeste strutture e l’utilizzo di materiali poveri erano in linea con il quadro dell’economia agricolo-pastorale documentata nella zona, la cui caratteristica principale era l’autosufficienza nella produzione degli oggetti di uso comune.
 

 
Storia degli scavi
 
La prima menzione della città etrusca di Marzabotto risale al 1550 quando frate Leandro Alberti nella Descrittione di tutta Italia ipotizzò l'esistenza di una città in Pian di Misano in base alla presenza di strutture murarie antiche ancora in vista, mosaici e monete.
Nel 1782 Serafino Calindri nel Dizionario Corografico Georgico Orittologico Storico dell'Italia osservava l'esistenza di muri di antichi edifici nel Pian di Misano dove documentava anche lo svolgersi di attività di scavo alla ricerca di preziosi materiali.
I terreni del Pian di Misano vennero acquistati nel 1831 da parte di G. Aria e da questo momento in poi ebbero inizio la raccolta e la conservazione dei materiali archeologici scoperti nel corso dei lavori agricoli.
Il primo rinvenimento vero e proprio risale al 1839 quando vennero portate alla luce ai piedi dell'acropoli 30 statuette di bronzo, seguite poco dopo da altri bronzetti e da alcune tombe del sepolcreto nord; nel 1856 verranno poi scoperti gli edifici sacri dell'acropoli.
Agli anni 1862-63 si data la prima campagna di scavo regolare relativa all'area meridionale del pianoro di Misano, finanziata da G. Aria e diretta dal conte G. Gozzadini, scopritore della necropoli di Villanova, mentre negli anni 1865-69 si colloca una seconda serie di scavi nei sepolcreti nord ed est.
 
Entrambe le campagne di scavo furono prontamente pubblicate dal Gozzadini, il quale aveva maturato l'erronea convinzione di stare scavando un'enorme necropoli.
In occasione del V Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistoriche tenutosi a Bologna nel 1871 si accese il dibattito scientifico sulla città: a dare una corretta interpretazione dei risultati di scavo fu G. Chierici, il quale sostenne che in Marzabotto si trovavano i resti di una città con strade, case, templi e sepolcreti.
Nel 1886 fu E. Brizio a curare l'ampliamento e il riordino di 5 sale della Villa Aria con funzioni di Museo e a dirigere anche, tra il 1888-89, la prima campagna di scavo finanziata dallo Stato e destinata al settore meridionale della città.
 
Nel 1933 la zona archeologica di Marzabotto e la sua Collezione vennero acquistate dallo Stato e i materiali furono trasferiti da Villa Aria nel nuovo Museo: quest'ultimo, distrutto da un incendio nel 1944, venne ricostruito e inaugurato nel 1949, mentre negli stessi anni venivano portati restauri ai templi, ai sepolcreti e alla città.
Nel 1957 iniziò la propria attività di Soprintendente G.A. Mansuelli, a cui si devono l'ampliamento del Museo, l'edizione di una prima guida e l'avvio di una serie di scavi in vari punti della città con la collaborazione dell'Università di Bologna.
Il 4 novembre 1979 venne inaugurato il nuovo Museo archeologico, su progetto dell'architetto F. Bergonzoni e in base ad un ordinamento curato da G.A. Mansuelli, A.M. Brizzolara, S. De Maria, G. Sassatelli e D. Vitali.
Dal 1988, circa cent'anni dall'inizio degli scavi nella città, sono riprese le indagini sistematiche sul terreno, sia da parte della Soprintendenza Archeologica dell'Emilia Romagna, che da parte del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bologna.

 

Il Museo Nazionale Etrusco “P. Aria”
 
Il Museo nazionale etrusco di Marzabotto nacque come diretta conseguenza alle prime campagne di scavo affidate a Giovanni Gozzadini, finanziate dai conti Aria, allora proprietari dell’intero Pianoro di Misano.
Il nucleo iniziale si arricchì poi negli anni successivi grazie alle campagne di scavo che portarono alla luce una cospicua quantità di materiali.
La prima sala è stata allestita con l’intento di offrire un inquadramento geografico e geologico della Valle del Reno e dell’area di Marzabotto esponendo campioni d’argille, pietre usate per la costruzione e reperti faunistici. Le restanti vetrine della sala contengono i pochi materiali superstiti dell’incendio che danneggiò il Museo nel 1944, tutti provenienti dalle necropoli nord ed est, e i disegni delle uniche oreficerie rinvenute a Marzabotto, rubate nel 1911. Data la scarsa documentazione di scavo relativa alle due necropoli, non fu possibile ricostruire filologicamente i corredi tombali, e il criterio espositivo adottato fu dunque per classi di materiali. I corredi erano in genere costituiti da vasi attici a figure rosse, vasellame prodotto localmente, oggetti in osso e ambra, unguentari in alabastro, paste vitree, suppellettili di bronzo come specchi, fibule e bronzetti, tra cui si segnalano due bronzetti che fungevano da cimase di candelabro rappresentanti una figura negroide con anfora sulla spalla e una riproduzione di un guerriero e di una donna in atto d’offerta.
Al di fuori delle vetrine sono visibili cinque segnacoli funerari, distinti per forma e materiale dai semplici ciottoli fluviali usati nella maggior parte delle sepolture. Quattro sono, infatti, i cosiddetti cippi a cipolla, mentre il quinto segnacolo, proveniente dal sepolcreto est, è costituito da una stele figurata – l’unica rinvenuta a Marzabotto – su cui è scolpita la defunta eroizzata, collocata su podio.
Nella seconda sala è esposto sia materiale proveniente dagli scavi più vecchi avvenuti in abitato come vasellame d’importazione e di produzione locale, frammenti di parapetti cilindrici da pozzo e una gran quantità d’oggetti d’uso quotidiano come rocchetti, fusaiole e pesi in pietra riferibili alle attività di filatura e tessitura sia materiali provenienti dall’acropoli e dal santuario fontile, in particolare statuette di devoti in bronzo, ex voto anatomici e vasellame locale.
 
La terza grande sala mostra un’ampia campionatura d’elementi di decorazione architettonica: tegole dipinte a motivi geometrici e vegetali, antefisse rinvenute sia in acropoli sia in area urbana e il rivestimento fittile di una colonna. Di particolare interesse per l’archittettura domestica di V secolo a.C. sono le ricostruzioni parziali di tetti con tanto d’impluvio e lucernario, e la ricostruzione di fondazioni di ciottoli a secco su cui è posata una conduttura di tubi fittili.
Al centro della sala si trova la bella testa di kouros di marmo pario rinvenuta in una canaletta della strada A, con pettinatura resa con piccoli boccoli e volto realizzato a grandi volumi arrotondati, forse prodotta in area ionica attorno al 500 a.C. e importata in Etruria padana dal porto di Spina. Essa testimonia assieme ad una testa d’efebo, perduta, una consistente importazione di marmi dalla Grecia.
Le restanti vetrine contengono materiali connessi con le attività produttive dell’area: matrici per plasmare l’argilla e vasellame di vario genere proveniente dagli scavi delle fornaci e oggetti provenienti dall’officina di fusione del bronzo, tra cui matrici, fibule, chiodi e numerose scorie di lavorazione.
Inoltre sono esposti reperti provenienti dalle case: tenaglie (da ricollegare all’attività metallurgica esplicata in piccole officine all’interno delle case) fibule, bronzetti, elementi di mobilio, gioielli, e numerosi vasi di piccole e grandi dimensioni.
Le ultime vetrine sul fondo della sala testimoniano le vicende di Marzabotto successive alla fase etrusca ovvero la fase gallica e quella romana.
L’ultima parte del Museo raccoglie i corredi completi di due tombe ad inumazione, scavate a Sasso Marconi, e un nucleo di rinvenimenti sporadici della Valle del Reno.

(FONTE: http://www3.unibo.it/Archeologia/marzabotto/home.htm)