giovedì 15 novembre 2018

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LA VIA FLAMINIA MINOR

L'itinerario proposto si svolge sulle prime colline ad est di Bologna, tra i calanchi del bellissimo Parco dei Gessi,  lungo un tratto di due vie di epoca romana che qui si congiungevano: la via Emilia e la via Flaminia Minor, importantissimi snodi anche in epoca medievale.
I punti di interesse che verranno toccati sono essenzialmente quattro: la citta romana di Claterna, il borgo di San Pietro, il colle di Settefonti con i resti della chiesa di Santa Maria Assunta ed infine la chiesa di Sant Andrea. Un tour che in sola mezza giornata rivela un pezzo dell'antichissima storia bolognese


UN PO' DI STORIA

La Via Flaminia minor

La via Flaminia minor costruita su ordine del console Gaio Flaminio nel 187 a.C. collegava Bononia (Bologna) ed Arretium (Arezzo). Il nome Flaminia minore o secunda o altera o Flaminia militare, è stato assegnato dagli studiosi per distinguerla dalla via Flaminia tracciata nel 220 a.C. dal padre di Gaio Flaminio, Gaio Flaminio Nepote, per collegare Roma con Rimini. Il tratto compreso tra il passo della Futa ed il paese di Madonna dei Fornelli è anche noto come strada romana della Futa o strada della Faggeta.





La costruzione della strada è contemporanea a quella della via Emilia voluta da Marco Emilio Lepido; il suo scopo era quello di istituire una rete stradale (insieme alla via Emilia) per permettere veloci collegamenti con Ariminum (Rimini) e Arretium (Arezzo), rendere sicuri e stabili i territori emiliani e romagnoli dopo la loro conquista ai danni dei Celti e controllare, inoltre, la dorsale appenninica occupata dalle tribù liguri.
Il tracciato della strada non si conosce con precisione. Certamente collegava Bologna e Arezzo passando per i crinali dell'Appennino, forse scendendo lungo la valle della Sieve e poi risalendo l'Arno fino ad Arezzo, città al tempo molto più importante della neo colonia di Firenze nonché terminale della Cassia antica.
Durante il medioevo fu, comunque, utilizzata (per esempio dai numerosi pellegrini di quel tempo che la utilizzavano come variante alla via Francigena) con modifiche al percorso dovute anche all'instabilità dei crinali.
Nell'agosto del 1979 la ventennale ricerca di due archeologi amatoriali ha portato alla luce le prime tracce di selciato romano nei pressi del passo della Futa, aprendo un periodo di studi, dibattiti ed ulteriori scoperte archeologiche.
Ad oggi sono stati ritrovati circa 7 chilometri di selciato non contigui, principalmente in alta quota sopra i 1000 metri. Proprio questa caratteristica del tracciato può presumibilmente essere causa dell'abbandono, date le evidenti problematiche nei mesi invernali.
Il resto del percorso verso nord è poco chiaro, e vi sono due ipotesi: la prima è che il tracciato utilizzasse il crinale tra i torrenti Savena e Setta verso il passo della Futa; la seconda ipotizza un percorso sui crinali del torrente Idice e Sillaro verso il passo del Giogo di Scarperia, lungo un tracciato costellato di ritrovamenti archeologici di insediamenti etruschi e romani (vd. Monterenzio Vecchio, Monte Bibele, Peglio, Poggio Colla) per Mugello e Casentino. Secondo quest'ultima ipotesi, la strada confluiva sulla via Emilia presso Castel San Pietro, oppure presso l'antica città di Claterna (i cui resti si trovano nella frazione di Maggio a Ozzano dell'Emilia) o ancora direttamente presso la città di Bononia. Le diverse ipotesi non sono comunque in contraddizione perché è ipotizzabile, tra l'età repubblicana e l'età imperiale, uno spostamento del tratto terminale verso occidente. Al decadere di questo percorso dovette infatti corrispondere la costruzione di una seconda via transappenninica per il passo della Futa, a collegare Bononia con Florentia.



...INIZIO ITINERARIO

Provenendo da Bologna si arriva ad Ozzano Emilia, raggiungibile oggi ancor più comodamente proseguendo sulla nuova bretella alla fine della tangenziale; a questo punto si prosegue in direzione Imola ed appena superata la frazione Maggio si arriva al luogo della prima sosta: gli scavi della Civitas Claterna.
Gli scavi, a dire il vero poco visibili, si trovano all'interno dei campi coltivati sia a destra che a sinistra della via Emilia, tra l'abitato di Maggio ed il confine del torrente Quaderna.
Nessun rudere emerge in superficie; affiorano dalle zolle arate solo vestigia di quel grande passato con piccoli frammenti di vetri, ceramiche, mattoni e tessere musive di marmi colorati.






      





UN PO' DI STORIA

La città romana di Claterna prese il nome dal fiume che tuttora la bagna, il Quaderna, toponimo ritenuto di origine etrusca che parrebbe quindi attestare un insediamento nel luogo già in quell'epoca.
Le prime notizie che riguardano Claterna si riferiscono ad un episodio della guerra di Modena, quando Aulo Irzio, nel 43 a.C., la espugna e vi si insedia per rafforzare la posizione di Ottaviano contro Antonio. Il passo di Cicerone (ad fam., XII,5,20) non sembra lasciare dubbi sul fatto che la città sia stata presa con le armi, il che attesterebbe la presenza di un apparato difensivo attorno alla città, non necessariamente costituito da solide mura ma verosimilmente realizzato con un vallo o terrapieno benché oggi non ne resti traccia evidente sul terreno.
Altre fonti scritte sono le iscrizioni incise su lapidi in pietra rinvenute nel territorio e nel sito della città, dedicate a personaggi di rango, imperatori e divinità.
La città è ricordata anche da S. Ambrogio (Ep.II,8), vescovo di Milano, che sul finire del IV secolo la include tra i “semirutarum urbium cadavera” (cadaveri di città semidirute), riferendosi al destino di decadenza economica e spoliazione da parte degli eserciti barbarici o al servizio di usurpatori che accomunava molti altri centri della regione.
Nonostante questa documentazione storica relativamente ricca, di Claterna sappiamo ancora assai poco.






La città scomparsa è da anni al centro di ricerche e studi da parte della Soprintendenza e del Gruppo archeologico Città di Claterna. Queste forze hanno trovato nel Comune di Ozzano e nell'I.M.A. Industria Macchine Automatiche S.p.A. il supporto indispensabile per intraprendere un progetto di più alto profilo che attraverso la recente istituzione dell’associazione culturale “Civitas Claterna”, nata il 26 giugno 2005, punta a dare nuovo impulso e vigore allo studio e alla conoscenza della città.


                                                      





Claterna prima dei Romani

Il territorio di Ozzano si estende su un’area che occupa in parte la pianura e in parte le prime colline appenniniche. Da est ad ovest corre la via Emilia che, seppure di fondazione romana, rispecchia un antico percorso preistorico (forse risalente all’età del Bronzo), una sorta di pista pedemontana che giungeva al mare all’altezza di Rimini e che collegava tra loro gli sbocchi in pianura di una serie di tragitti transappenninici.
Ancora più anticamente questo territorio, come tutta la zona pedeappenninica bolognese e romagnola, vide la presenza di gruppi umani fin dal Paleolitico le cui tracce si possono ritrovare sotto forma di attrezzi litici in selce o ftanite (roccia sedimentaria di origine organica) presenti su alcuni terrazzamenti collinari oppure nel corso stesso del Quaderna, trasportati dal millenario scorrere del torrente.
Fu soprattutto durante l’età del Bronzo (XVIII - X secolo a.C.), con precedenti nel Neolitico, che nel territorio bolognese orientale si avviò una fase insediativa duratura e ben organizzata, con grandi villaggi che attraverso vari momenti evolutivi giunsero alla fine del II millennio a.C.
Il I millennio a.C. segna in Italia la nascita non solo dell’età del Ferro ma anche di una nuova importante civiltà, quella Villanoviana (IX - metà VI secolo a.C.), che prende il nome da Villanova di Castenaso, la località non lontana da Ozzano dove furono effettuati i primi rinvenimenti archeologici di questo tipo nel corso dell’Ottocento. Il periodo villanoviano fu la prima fase della civiltà etrusca che in quest’area dell'Emilia-Romagna assunse una grandissima importanza: l’etrusca Felsina -l’odierna Bologna- fu una città di notevoli dimensioni, di cui si vanno sempre più scoprendo le fasi formative e l’aspetto di antica capitale dell’Etruria Padana nei numerosi scavi archeologici condotti nel centro storico.
La colonizzazione tipica dell’epoca etrusca doveva estendersi anche nella parte orientale del territorio bolognese con piccoli nuclei insediativi con funzioni di fattorie o di modesti villaggi.
Il territorio di Ozzano non doveva fare eccezione ed il sito stesso di Claterna, che cela nel nome l’origine etrusca, mostra reperti e livelli abitativi risalenti almeno all’età Villanoviana, quando il popolamento venne favorito dalla collocazione pedecollinare all’incrocio tra la pista pedemontana ed una via di penetrazione appenninica alla sinistra del torrente omonimo.
Una nuova fase culturale si ebbe nel IV secolo a.C. con l’arrivo dei Celti, popolazione nordica che, proveniente dalle regioni transalpine, era suddivisa in grandi tribù: quella dei Boi, forse proveniente dall’odierna Boemia, interessò il nostro territorio come gran parte della regione. L’impatto con le città etrusche fu dapprima violento, con la perdita di autonomia politica da parte degli Etruschi, ma in seguito i due gruppi etnici e culturali si mescolarono, creando una nuova civiltà, definita appunto etrusco-celtica. Vicino a Monterenzio, in località Monte Bibele, è stato rinvenuto un villaggio in cui visse una popolazione con tratti culturali misti. Anche il sito di Claterna ha restituito alcuni ornamenti di tipo celtico, testimoniando una continuità di insediamento tipica di buona parte di questo territorio.


L’età romana e la città di Claterna

Nella regione Cispadana compresa tra gli Appennini ed il fiume Po, l'età romana si apre ufficialmente nel 268 a.C. con la fondazione della colonia di Ariminum (odierna Rimini), in un territorio già appartenente alle tribù celtiche. Il territorio più occidentale, comprendente la maggior parte dell’odierna Emilia-Romagna, fu conquistato stabilmente dai Romani soltanto dopo la seconda guerra punica (218-202 a.C.) e dopo lunghe campagne militari contro i galli Boi nei primi anni del II secolo a.C.
Bologna, già Felsina etrusca, fu fondata come colonia latina con il nome di Bononia nel 189 a.C., mentre più oscure sono le origini di Claterna. A parte i precedenti etruschi, è probabile che il centro abitato, sorto forse nell’area più vicina al torrente Quaderna, a sud della via Emilia, si sia formato durante la prima metà del II secolo a.C., contemporaneamente alla grande colonizzazione agraria della pianura che vide lo stanziamento di numerose famiglie di piccoli proprietari.

                 

Claterna fu dapprima un villaggio (forse un conciliabulum) con due funzioni principali. La prima itineraria, dovuta alla sua collocazione all’incrocio tra la via Aemilia ed una via transappenninica da identificare secondo alcuni con la via Flaminia Minor (entrambe le vie consolari furono realizzate nel 187 a.C.). La seconda funzione, altrettanto importante, fu di tipo economico e sociale: Claterna divenne un centro di riferimento per il territorio circostante, densamente popolato ed in fase di grande espansione economica e produttiva.

               

La vera dignità urbana fu tuttavia raggiunta solo con l’autonomia amministrativa, quando nel I secolo a.C. (in periodo sillano o forse più tardi, sotto Cesare) Claterna fu elevata al rango di municipio, come capoluogo di una grande circoscrizione territoriale estesa tra i torrenti Idice e Sillaro, confinante ad ovest con Bononia, e ad est con Forum Cornelii, l’odierna Imola.
Fu soprattutto nei primi secoli dell’impero, infine, che la città conobbe il massimo splendore, come risulta chiaramente dalla documentazione archeologica.






La forma della città - Durante il I secolo a.C. la città acquisì una fisionomia ben definita, che oggi si mostra nelle sue linee essenziali attraverso le indagini archeologiche. L’area urbana assume una forma quasi trapezoidale, con sviluppo da est ad ovest per circa 600 metri. Si collocava a cavallo della via Emilia, che ne costituiva il decumanus maximus (la via più importante), per un’estensione di circa 150 metri tanto a nord quanto a sud della stessa. Nel momento di massima espansione, occupava dunque un’area di circa 18 ettari,  senza contare i suburbi che potevano estendersi anche per alcune centinaia di metri lungo gli assi della viabilità maggiore.
Le altre strade principali erano costituite da una via parallela al corso del Quaderna, con andamento differente rispetto all’orientamento viario prevalente, da un grande cardine ortogonale alla via Emilia (il cardo maximus) e da altre due vie parallele a quest’ultima, collocate rispettivamente nel settore nord ed in quello sud della città. L’impianto urbano era delimitato ad est dal torrente Quaderna e ad ovest dal Gorgara, un corso d’acqua minore.
Altre tracce emergono da una ricostruzione archeologica fondamentalmente basata sulle indicazioni provenienti dalle raccolte sistematiche di superficie (survey), dall’analisi della fotografia aerea, dall’applicazione di metodi geofisici e da esplorazioni mediante saggi di scavo.
(Articolo di Carla Conti, informazioni scientifiche di Claudio Negrelli)
Per approfondimenti: http://www.archeobo.arti.beniculturali.it/claterna/claterna.htm





...L'ITINERARIO PROSEGUE

A questo punto occorre tornare verso Bologna, dopo circa 1km sulla sinistra si inbocca la via San Pietro e si sale verso la collina; pochi chilomitri e si arriva al Borgo di San Pietro: poche case all'ombra della superstite torre dell'antico fortilizio; la sensazione è subito quella di trovarsi in un luogo "un po' fuori dal tempo"...
Secondo una ricostruzione storica gli abitanti di Claterna, dopo la distruzione della città si rifugiarono proprio qui per sfuggire ai disordini ed ai pericoli della sottostante pianura.  Il borgo è situato su un poggio a circa 150 mt. di altitudine. Qui sorgeva un castello, uno degli anelli nella catena di fortilizi che furono eretti in epoca medioevale a difesa della Via Emilia.





      








Poco oltre è possibile ammirare la suggestiva "Fontana Dall'Armi", di antica memoria e che uno schizzo conservato nella Biblioteca Gozzadini raffigura di grandi dimensioni gia' nel 1578; qualcuno la ritiene di probabile origini romane. Poche decine di metri piu' avanti, sulla sinistra, la "Fontanina Dall'Armi" che nel 1565, Evangelista Dall'Armi, proprietario dell'omonimo "Palazzo Dall'Armi" che sorgeva nei pressi, fece costruire per un piu' comodo uso della popolazione e per evitare contaminazioni.
L'uso pubblico della Fontana, fu poi riconfermato dalla stessa autorita' municipale durante l'epoca napoleonica; cosi' come testimonia una lapide oggi ormai illeggibile.











       






UN PO DI STORIA

Il piu' antico documento rinvenuto sul Castello di Ozzano, risale all'anno 1099 ed e' un atto di donazione rogato da un notaio che si firma "Tabellio Martinus Ulzianensis Castro"; ovvero "Notaio Martino del Castello di Ozzano". Poi, dal secolo XII, i riferimenti a Ozzano, chiamato con le piu' svariate storpiature: Uggiano, Uzzano, Ulziano, Ugiano, Oggiano, Ozano, Ussanum, si fanno sempre piu' ricorrenti e cio' in virtu' del fatto che l'Ordine dei Monaci di S.Romualdo di Camaldoli aveva fatto edificare, gia' sul finire dell'anno 1000, il Convento di S. Cristina verso Settefonti. 





Sull'importanza del Castello di Uggiano nel XII sec., che in uno schizzo nel 1578 (esistente nella Biblioteca Gozzadini) risultava essere ancora dotato di mura, non si hanno dubbi; cio' lo si deduce dal fatto che aveva sotto la sua giurisdizione: la "massa Basiliano" (oggi S.Andrea) e il "Bibaulus" (ovvero Bigollo: ritenuta l'altra "entrata" del Castello), e che al suo interno esercitavano due notai. Da qui appunto la conferma che il luogo doveva essere molto attivo ed avere una nutrita comunita', oltre ad una sviluppata economia.
Anche l'assalto subito nel 1175, per opera delle soldatesche al comando di Cristiano cancelliere dell'imperatore Federico Barbarossa, fa ritenere che il Castello di Uggiano fosse tra i piu' strategicamente importanti della zona; e quindi da saccheggiare ed incendiare. Pare infatti che nella sua Torre, si trovasse una guarnigione bolognese incaricata della sorveglianza territoriale e allo scopo di prevenire attacchi alla citta' di Bologna. Si dice inoltre che la Torre, sia coeva a quella di Varignana e che con la medesima fosse comunicante, e che qui stanziasse il famoso cavaliere, miracolato dalla Beata Lucia, prima di partire per le Crociate. La Torre, di proprieta' comunale, e' sempre stata utilizzata come torre campanaria: tanto per segnalazioni religiose quanto per segnalazioni civili o calamita' naturali. Segnalato nel 1851 come Stemma comunale, venne adottato ufficialmente solo dal 1881.
Sotto il profilo ecclesiastico va detto che all'interno del castello vi si trovavano due chiese: una intitolata a S. Pietro, fino alla prima meta' del XV secolo senza cura di anime; l'altra intitolata a S.Lorenzo, parrocchia, che pare sorgesse poco prima del fabbricato detto "Le Armi".



Nel corso del XIII-XIV secolo anche Uggiano, cosi' come altre localita' del contado, subi' paurose calamita' naturali da cui carestie ed epidemie pestilenziali che produssero innumerevoli morti ed un conseguente regresso demografico. A cio' poi si aggiunsero gli assalti delle milizie al soldo delle signorie bolognesi e dei mercenari del Papa, al comando di Braccio di Fortebraccio da Montone, che nel 1420 saccheggiarono e distrussero totalmente il Castello. Prima di ritrovare una pace stabile, si dovette giungere al 1506 quando cioe', con la definitiva sconfitta dei Bentivoglio, il Papa ebbe il controllo su tutto il territorio bolognese. Col ritorno della quiete pubblica, gli antichi insediamenti subirono cosi' nuovi sconvolgimenti demografici: molti di essi furono ridotti a pochissimi abitanti o addirittura scomparvero (vedi ad esempio Scelta che pare si trovasse nei pressi della chiesa di S. Cristoforo). In pianura invece, nuovi altri se ne formarono o si incrementarono moltissime case rurali sparse e ville padronali. Anche l'aspetto ecclesiastico subi' quindi notevoli trasformazioni. Nel 1575 infatti, la chiesa di S. Giovanni di Pastino: parrocchia e pieve, assogettata alla quale si contavano, sul finire del XIV secolo, ben 24 tra chiese e monasteri, fu declassata e pieve divenne S. Pietro di Ozzano; mentre della parrocchiale di S. Lorenzo, soppressa nel 1456, oggi non esiste la benche' minima traccia o testimonianza.
Ridotto ormai a poche famiglie, il nucleo di Uggiano nel 1630 fu ulteriormente decimato dalla peste; anche se in misura assai ridotta rispetto ad altre localita' del contado bolognese. Superata la tremenda calamita' tra preghiere, salmi e voti all'indirizzo dell'Onnipotente Iddio, nel 1636 venne fatto edificare il campanile quasi in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo e per segnalare nuove eventuali calamita'. A distanza di un secolo il mitico borgo castellano aveva ormai perduto la sua antica supremazia; tanto che il Calindri nel suo "Dizionario...", del 1783, registrava la presenza di sole quattro famiglie. Sempre piu' rafforzata risultava invece la Pieve di S. Pietro, dopo i restauri e gli ampliamenti del 1771/72.
Ma vediamo come si presenta internamente la chiesa di S. Pietro. Dotata di cinque altari, in quello maggiore possiamo ammirare una splendida tela del 1677 raffigurante la Crocefissione di Gesu', opera di Marc'Antonio Franceschini, gia' allievo dell'illustre Carlo Cignani. In quello dedicato a S. Sebastiano, nella parete di destra, troviamo invece uno splendido quadro raffigurante i Santi: Fabiano, Antonio da Padova e Antonio Abate; mentre in quello intitolato a S. Agata, gia' appartenente alla ricca famiglia Guidalotti, un pregevole quadro che la raffigura. Quindi, nella parete di sinistra, l'altare voluto dalla munifica famiglia Claudini, in onore della B.V. del Rosario; che come le proprieta' fondiarie dei Claudini passo' poi a Guidalotti.



Il quinto altare e' invece intotolato alla B.V. della Cintura, ed ospita una tela raffigurante vari Santi. Assogettati alla chiesa di S. Pietro di Ozzano, erano inoltre gli Oratori: di Pastino e quelli privati di: S. Donnino del "Palazzo Guidalotti di Sopra"; S. Maria della Neve del "Palazzo di Sotto Guidalotti"; della B.V. del Soccorso del "Palazzo Bianchetti"; ed infine quello della "B.V. Addolorata del "Palazzo Malvezzi". Diversi rimaneggiamenti subi' inoltre la chiesa di S. Pietro di Ozzano, ultimo dei quali fu quello eseguito dal celebre architetto Collamarini, del 1926, che ridisegno' completamente la sua facciata: dotandola di timpano e di due nicchie in cui sono le statue dei Santi Pietro e Lorenzo. Nel suo interno inoltre, si trovano le celebri colonnine romaniche, provenienti da Pastino, e l'antico Fonte Battesimale.
(Fonte: http://icozzano.scuole.bo.it/ozzano/luoghi/mappa2/luogo42.htm)




...VERSO SETTEFONTI

Si prosegue lungo la strada, che ora prende il nome di via delle Armi, fino a raggiungere via Tolara di Sopra; qui si gira a sinistra e si sale fino alla località Settefonti.
Anche da lontano è possibile scorgere la tetra sagoma della chiesa di Santa Maria Assunta. Si arriva fino ad un piccolo parcheggio ai piedi del colle su cui svetta la chiesa e da qui si prosegue a piedi: pochi metri di salita e la meta è raggiunta.




 

 


 



TRA STORIA E LEGGENDA

L’antica storia della Badessa
Attorno al 1100 Bologna vive una vita cittadina continuamente turbata dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini. In questo clima politico, nell'antica famiglia Chiari, viene alla luce una bambina, alla quale la madre impartì un'educazione religiosa che con gli anni, divenuta una splendida ragazza, maturò il desiderio di dedicare la vita alla preghiera, scegliendo di vivere nel monastero di Stifonti, fondato nel 1097, divenuto in seguito monastero Camaldolese proprio grazie alla futura Badessa Lucia. La giovane prese i voti nella chiesa bolognese di Santo Stefano, scegliendo appunto il nome di Lucia. Divenne badessa alla morte di Matilde fondatrice del convento. La fama della bellezza di questa ragazza aveva raggiunto il circondario già prima che prendesse i voti e la voce giunse anche alle tante guarnigioni che presidiavano il territorio di Uggiano (Ozzano).
Tra i militi vi era un soldato di ventura, il nobile bolognese conte e cavalier Diotagora Fava; egli, che con molta probabilità aveva incontrato la fanciulla prima ancora che prendesse i voti, si era in seguito fatto trasferire proprio nella guarnigione di San Pietro (oggi San Pietro di Ozzano) per poter rivedere Lucia. Il bel cavaliere percorreva a cavallo ogni mattina il sentiero sui calanchi, per recarsi alla chiesa del convento. Lucia si era accorta di questa costante presenza e presto si trovò a combattere il turbamento con assidue preghiere, veglie e penitenze che minarono presto la sua salute. Cadde ammalata, ma lui non cessò le sue visite mattutine. Una volta guarita, cercò di privarsi anche dell’ascolto della Messa per celarsi agli sguardi del cavaliere, ma un giorno sembra che con la complicità di una suora decise di parlargli. Gli disse che il suo sentimento per l’amore divino era più forte di ogni altro sentimento terreno e quindi era risoluta nella sua dedizione alla vita monastica; lo invitò a non tornare più, ma si lasciarono con la promessa del cavaliere di partire crociato per la Terrasanta.


 


Così fece, mentre Lucia, minata dalla malattia, si spense già in aria di santità, stando alle testimonianze del popolo e delle fanciulle del convento guidate dalla badessa. Il cavaliere durante le Crociate fu ferito, fatto prigioniero e rinchiuso in una cella dove una notte in preda alla febbre, vide Lucia che gli tendeva la mano e, come in sogno, lo trasportava nella foresta di Stifonti nei pressi del Monastero. In cambio di questa grazia, secondo il messaggio della Beata Lucia, il cavaliere doveva lasciare i ceppi con cui era legato in prigionia sulla sua tomba. Risvegliatosi il cavaliere si ritrovò effettivamente presso il convento, lo raggiunse e inginocchiatosi davanti alla tomba dell'amata lasciò lì i ceppi e pianse. In quel momento le sette fonti di acqua cristallina, che si erano seccate alla morte di Lucia, ripresero a zampillare copiosamente.
Questo fatto fu raccontato per la prima volta dal cavaliere stesso e l’eco del miracolo si estese in terre ben lontane da Ozzano. Solo nel 1508 la Chiesa riconobbe ufficialmente il fatto accaduto tre secoli prima e proclamò Lucia beata. Le reliquie della Santa rimasero nella chiesa già denominata comunemente S. Lucia in località Settefonti, fino al 7 novembre del 1573 quando il Cardinale Paleotti le traslò nella chiesa di S.Andrea di Ozzano. Pio VI nel 1754 confermò il culto della Beata e ne fissò la memoria al 7 novembre. I Camaldolesi la venerano come fondatrice del ramo femminile dell'ordine.








I luoghi della storia
Sulle testimonianze archeologiche di Settefonti bisogna evidenziare che nei diversi scavi effettuati sono stati segnalati ritrovamenti che vanno dal Neolitico (Cà degli Olivi), al Villanoviano (ad esempio il sepolcreto scoperto nel 1865 dal conte Carlo Pepoli nel suo podere La Torre). Particolarmente interessanti invece le vestigie romane rinvenute alla Pieve di Pastino. Sono inoltre stati scoperti ovunque, ed in particolare tra le macerie della distrutta chiesa di S. Maria Assunta grandi quantità di mattoni manubriati che si vorrebbero recuperati dalle rovine della mitica Claterna. Dai ritrovamenti ne consegue quindi che nel luogo doveva abitare, quasi certamente, una popolazione stanziale. Si può perciò affermare che dopo Claterna, Settefonti sia tra i borghi ozzanesi più antichi. La più vecchia segnalazione su Settefonti, probabilmente rinvenuta nell'archivio camaldolese della "casa madre" di Arezzo, ci viene citata dal famoso cronista storico frate Serafino Calindri come risalente al 1097. Oggi di tutto quello splendido quadro che era il pio luogo di “Stifonti”, essendo stato lasciato in abbandono, non è rimasta quasi alcuna traccia se non il nome di Santa Lucia, proprio ancora del luogo dove sorgeva il castello, il monastero, la chiesa e  alcune case coloniche. Le slavine e l'ultimo conflitto bellico hanno cancellato quasi tutto: non esiste più ad esempio la casa del ministro Marco Minghetti, che sorgeva a fianco della chiesa di S. Maria Assunta; la chiesa stessa è un rudere del quale si può vedere solo ciò che resta: il campanile e parte della facciata; scomparso anche il monastero intitolato alla Beata Lucia, già rovinato fin dalla metà del '700; e infine le fontane, l'ultima delle quali è stata occultata in tempi recenti dal proprietario del terreno per evitare pellegrinaggi indesiderati di estranei. Infatti nonostante la graduale scomparsa delle fonti, il territorio stifontino, elevato agli onori della cronaca per la Beata Lucia, continuò ad essere meta di pellegrinaggi fino alla seconda guerra mondiale.


Il Castello di Settefonti
Notizie circa l'esistenza di un Castello a Settefonti pare risalgano al 905, epoca del Regno Italico dell'imperatore Berengario I, e pare che i dominatori del castello fossero discendenti di un ramo collaterale della casata di Matilde di Canossa. Nel 1935 il monsignor Cantagalli cita la rocca di Settefonti come baluardo posto sul crinale appenninico a difesa della strada che dal monastero di S. Cristina (ma forse già da Bologna), conduceva in Val Mugello, dove si trovava, e dove si trova ancora, la sede dell'ordine Camaldolese. Sul "Castrum Septem Fontium" (Castello di Settefonti), lo storico-cronista cinquecentesco frate Cherubino Ghirardacci riferiva inoltre che era cinto da imponenti mura; l'accesso avveniva solo attraverso un unico portale; era costruito sopra l'estrema punta di una roccia posta su di un precipizio e dotato di una rocca per l'avvistamento, per cui inespugnabile. Nel 1298, nonostante fosse stato tempestivamente liberato dai bolognesi, causa un prolungato assedio delle popolazioni di Fiagnano e Piancaldoli, ne uscì incendiato e gravemente distrutto. Altra puntuale menzione storica sul castello di Settefonti si riscontra tra il 1440 e il 1460, anni in cui veniva però già segnalato come completamente distrutto e abbandonato.


La Chiesa di S. Maria Assunta ovvero Santa Lucia e il Monastero di Santa Cristina
Purtroppo prima dell'anno 1000 la storia locale presenta molti "buchi" e quindi non si può dire con certezza quando fu eretta la chiesa di S. Maria Assunta. Possiamo avere una descrizione di come si presentava fra il 1726 e il 1772 la chiesa, detta poi di Santa Lucia, attraverso un puntuale inventario esistente nell'archivio parrocchiale di S. Pietro di Ozzano. Dotata di tre Cappelle con altari, nella Maggiore si trovavano due sculture di Giacomo Quadri da Lugano, e uno splendido quadro dell'Assunzione di Maria opera di Bolognini il Vecchio di Bologna. Nella seconda cappella, detta del Crocifisso, una tela raffigurante Gesù crocifisso, con S. Maria Maddalena e la Beata Vergine; opera sempre del Bolognini. Nella cappella dedicata a S. Lucia, una tavola con la Santa, insieme ai santi Antonio Abate e Floriano. Il quadro, come riportava il parroco, si presentava già a quel tempo in pessimo stato di conservazione. Interessante sottolineare che le opere d'arte erano nella chiesa già nel 1665.


 



A Settefonti i frati camaldolesi dell'ordine di S. Romualdo degli Onesti, per sua volontà, vi eressero un monastero per le consorelle della loro compagnia. Il convento, attorno al quale s'incentrò poi fin dalla seconda metà del secolo XI anche l'intera storia del territorio, fu intitolato a S. Cristina. L’antico monastero sorgeva vicino all'attuale pieve di Pastino, a ridosso del lungo crinale tra i calanchi. Dopo la morte di Lucia (1157?), il convento, continuamente preso di mira dai briganti, data la sua posizione isolata, fu trasferito a S. Andrea di Ozzano, sulle pendici del monte Arligo, dove sorgeva un altro monastero camaldolese, e infine, a metà del Duecento, dentro le mura di Bologna nel convento di S. Cristina della Fondazza, tuttora esistente. Oggi il primo monastero non esiste più, essendo stato demolito nel 1769; a indicare l'originaria posizione sulla collina vi è solo un pilastrino, dono della famiglia Fava, eretto nel l679 dal discendente del famoso cavaliere, il canonico Paolo Fava.





Alle soglie del XII secolo il convento di S. Cristina di Settefonti non solo aveva consolidato un notevole potere, ma già si dimostrava uno dei nuclei ecclesiastici più importanti dell'intero territorio ozzanese. Ma vediamo a questo punto di fare alcune precisazioni topografiche sul luogo esatto in cui sorgeva l'antico monastero di S. Cristina, ribattezzato poi della Beata Lucia. Partendo dalla chiesa di S. Maria Assunta e scendendo lungo la strada per circa 700/800 metri, si giunge al podere Valletta dove si scorge il pilastrino. Non sarebbe però questo il punto esatto, ma per il fatto che c'era la strada e per maggior comodità dei fedeli, il pilastrino fu qui eretto. Il luogo infatti, si troverebbe in fondo al calanco; ovvero avanti 100/200 metri in linea d'aria, dal suddetto pilastrino. Il podere, che dal 1148 si chiamò di S. Cristina, proprio in relazione alla presenza dell'omonimo monastero, oggi è catastalmente noto come S. Lucia. Va poi ricordato che proprio durante il badessato della famosa Lucia, le monache dovettero cambiare residenza e si trasferirono nel fabbricato annesso alla chiesa di S. Andrea, di proprietà dei monaci, dello stesso ordine in cambio di una tovaglia quale compenso annuale. Oltre la chiesa di S. Andrea, alla Badessa Lucia furono donati anche gli edifici annessi, i terreni e le vigne. Nel 1190 un nucleo di monache del monastero di S. Andrea si trasferì a Treviso dove fondarono un altro convento intitolato a S. Cristina. A questa fondazione seguì poi quella di S. Cristina della Fondazza in Bologna nel 1245 e quindi un nuovo trasferimento, sempre causa il brigantaggio, delle monache stifontine da S. Andrea a Bologna, nel 1247. Nel 1573, Settefonti tornò alla ribalta a seguito del decreto di papa Gregorio XIII il quale ordinava la traslazione delle reliquie della Beata Lucia, dalla chiesa di S. Lucia alla più sicura chiesa di S. Andrea. Nel 1756 il monastero di S. Lucia era ormai ridotto a rovine e irrecuperabile, ma visibile; mentre nel 1769 l'arciprete di Ozzano S. Pietro don Gavasei ne criticava severamente la totale demolizione. Il Calindri poi, che si recò a Settefonti nel 1782, ne descrisse i ruderi delle fondamenta completamente ricoperti di ortiche; mentre delle sette fontane, lo stesso Calindri, registrò nelle sue cronache di averne viste solo cinque.
(Fonte: http://www.badessalucia.tbo.it)





...ED ORA SI SCENDE

Conclusa questa ulteriore tappa si ridiscende ripercorrendo via Tolara di sopra fino ad incontrare sulla sinistra via del Florio (la prima strada asfaltata che si incontra), ed una volta svoltato, dopo circa 1km, occorre svoltare di nuovo alla prima strada a sinistra risalendo per via S.Andrea.
Pochi chilometri di salita e sulla destra troviamo la chiesa di S.Andrea.
Mentre si scende da settefonti, sulla sinistra, meritano una breve visita le rovina di una chiesetta, ben visibile in cima ad una piccola altura; lo spettacolo che si ammira una volta "scollinato" è notevole. 


 
  



ANCORA UN PO' DI STORIA

La prima segnalazione rinvenuta, sull'esistenza della chiesa, appare in una donazione dell'anno 1077. A quel tempo il luogo, oggi genericamente indicato come  S. Andrea di Ozzano, era detto "massa Basiliano"; vocabolo di chiara riminiscenza romana. La parrocchia, sempre in quegli anni, era inoltre assoggettata alla pieve di S.Giovanni in Toracciano, poi detta di Pastino. Fino al 1149 S. Andrea appartenne ai monaci camaldolesi dell'Abbazia di S. Michele Arcangelo di Castel dè Britti; quindi, per volontà del Vescovo di Bologna, Gerardo, la chiesa passò in possesso delle Monache, del medesimo ordine, del Monastero di S.Cristina di Stifonte. Nel 1158, causa slavine del terreno che avevano minato l'integrità del Convento di Stifonte, le suore si trasferirono nel caseggiato annesso alla chiesa di S. Andrea e da qui, nel 1245, in quello di S. Cristina della Fondazza di Bologna, loro casa madre.


 


La chiesa però, retta da un cappellano, continuò ugualmente ad officiare e ad avere "cura di anime", come parrocchia. Il caseggiato attorno alla chiesa presenta elementi risalenti al XIII e XIV secolo accorpati all’interno dei successivi rifacimenti e restauri. Con la beatificazione della consorella Lucia, le monache camaldolesi, che già dal 1508 si erano viste autorizzare il culto pubblico per la Beata Lucia, nel 1573 ottonnero altresì il consenso di traslare le sacre ossa dalla decadente chiesina S. Lucia di Settefonti, a quelle di S. Andrea dove ancora oggi sono custodite all’interno di una ricca urna sopra all’altare in suo onore dove si può ammirare la bellissima pala del XIV secolo che la raffigura nell’atto del miracolo.


 



Nella chiesa di S. Andrea infine, oltre alle ossa della Beata si trovano in una teca i ceppi cui era legato il cavaliere e diversi ex voto.
Da quel lontano tempo lo stretto calanco che il giovane cavaliere era solito percorrere, prese il nome di Passo della Badessa.
(Fonte: http://www.badessalucia.tbo.it)


A questo punto l'itinerario si conclude e non resta che ripercorrere la strada verso la via Emilia.