lunedì 16 luglio 2018

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arte e cultura

L’amore svenuto di Luciano Manzalini

Bologna, 13 Maggio.

“Terrò la felicità ben distante da me al fine di poterla continuamente inseguire. Quale migliore occupazione per il tempo che mi rimane?”


Come ho detto in una precedente recensione, non troppo tempo fa, mi capita raramente che un libro sia in grado di farmi vedere le stelle tra le pagine: ovviamente, è una cosa che tanti potranno scambiare per incomprensibile follia o delirio sotto spirito alcolico ma è altrettanto vero che chi apprezza veramente la scrittura, chi conosce bene tutto ciò che essa può donare anche intimamente ed inconsciamente, potrà certamente capire il senso di questa mia affermazione.
Le stelle che scaturiscono dalle pagine: l’odore della carta misto alla lucentezza delle parole fino a costruire un intero firmamento di emozioni e sensazioni, forse, presuntuosamente, più romantico ed ispiratore di quello che ammiriamo ogni notte nel cielo quieto.
Pardon, sto evidentemente divagando troppo, percorrendo un sentiero poetico che non mi appartiene ma quello che è certo è che tutto ciò deriva dalla soave incursione nel mondo poetico che Luciano Manzalini costruisce sapientemente nel suo libro “L’amore svenuto”, edito da Pendragon.
In questa raccolta di poesie, struggenti, ironiche e sicuramente mai banali o “già sentite”, ho avuto modo di conoscere un nuovo aspetto di un artista sicuramente già apprezzato per le sue indiscusse capacità recitative e comiche (ma sono doti che non tratteremo in questa sede); ho potuto incontrare un poeta disilluso, speranzoso, malinconico e dolcemente romantico, stracolmo di affascinanti contraddizioni e dubbiose certezze come proprio un compositore di versi dovrebbe essere.
Luciano Manzalini trasporta il lettore in un’espressione nuova della parola e prende per mano anche il neofita, conducendolo su una strada ricca di fiori e di lune che sussurrano all’orecchio dell’ascoltatore o gli fa ammirare specchi di acque cristalline e notturne che avvolgono e massaggiano colui che naviga in esse.
“L’amore svenuto” è un libro scritto con estrema sincerità e semplicità ed ogni frase, ogni parola è in grado di racchiudere infiniti spunti di riflessione che rimangono sin dopo l’ultima pagina e coccolano delicatamente nei punti preferiti.
Un Manzalini poeta senza alcuna presunzione che scrive un libro semplice da leggere (e rileggere); una raccolta di poesie dettate dal cuore ma anche dalla logica e condite da una matematica divertente che difficilmente si apprende sui banchi di scuola.
Ma credo che sia anche un libro che offra diversi spunti di riflessione anche all’autore stesso, in una continua (e probabilmente infinita) ricerca di un sentimento assoluto ed offuscato come l’Amore. Non è dato sapere se la maiuscola sia sinonimo di felicità o di tristezza, se di gioia o di tormento e l’interpretazione è strettamente personale.
Quello che appare chiaro sin dalla prima composizione è che il comico Manzalini se la cava egregiamente anche come poeta ed è un poeta del quale si sente molto la mancanza, una volta concluso il libro, rimpiangendo l’assenza di un’altra piccola poesia, di un nuovo componimento che faccia sorridere, commuovere, riflettere.
“L’amore svenuto” è una discreta ma intensa incursione nel cuore di chi ama la poesia ma anche di chi, come me, non ha mai avuto il coraggio di avvicinarsi troppo ad essa, un po’ per paura ed un po’ per ignoranza.
Da notare e soffermarsi anche sulla dualità rappresentata dall’immagine di copertina: la fonte di contraddizione che esprime l’amore per quello che è, del quale abbiamo un disperato bisogno e che non comprenderemo mai, pur con la pallida presunzione di contenerlo, possederlo e domarlo.
“L’amore svenuto” è un dono importante: non solo per San Valentino, non solo per l’amato o per l’amata ma anche per sé stessi ed è l’esempio concreto di ciò che l’autore stesso afferma nelle prime pagine e di cui si sente la disperata esigenza in questi tempi:

“Se ci fosse più poesia, se la poesia fosse più amata, più scritta, più letta, insomma più popolari, forse vivremmo tempi migliori, tempi migliori privi, però, di quella cosa così rara e preziosa che rappresenta la poesia in tempi cupi come questi.”

Fabrizio Carollo