sabato 20 ottobre 2018

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Cliff "Il prigioniero" di Fabrizio Carollo

Bologna, 18 Settembre. 

E' il 1942. Edgar Allan Poe narra le torture che l’Inquisizione Spagnola infligge a un prigioniero senza nome, allo scopo di fargli espiare crimini mai specificati. Da quel momento, ogni scrittore intenzionato a scandagliare gli oscuri territori del genere horror (compreso chi scrive) sentirà, prima o poi, la necessità di confrontarsi con la claustrofobica situazione dell’ “uomo rinchiuso tra quattro pareti”. Premesso che un confronto – in termini di perfezione letteraria – con il capostipite capolavoro di Poe sarebbe tentativo puerile e inutile, è anche vero che, nonostante l’interessante spunto, i risultati sono spesso deludenti.

Non è questo il caso di Fabrizio Carollo, autore giovane ma colto e attento quanto basta per assecondare le regole che consentono di camminare in equilibrio sul sottile filo del cliché – necessario per tenere incollato alla pagina il lettore del genere – senza cadere nel baratro del banale e dicendo nel contempo qualcosa di interessante sulla società capitalistica del giorno d’oggi, in cui all’inquisizione del 1942 si è sostituito lo scenario meno sanguinario – in apparenza – ma ugualmente degradante di una crisi economica di portata mondiale, dovuta a un’economia fondata sul “consumo a credito”.

Dal punto di vista puramente narrativo, sembra che il racconto parta dal punto in cui il film “Il Coraggioso” (interessantissimo e lucido esordio alla regia di un Johnny Depp meno istrionico del solito anche dal punto di vista attoriale). È come se lo “Chef” Carollo (che di certo conosce perfettamente “Il Pozzo e il Pendolo” ma può anche non aver mai visto il film di cui sopra, ne letto il romanzo di Gregory McDonald dal quale è tratta la pellicola) avesse deciso di “saziare” quella fetta di pubblico più avido di immagini esplicite mostrando il fatale destino – chiarissimo ma volutamente celato dal regista – riserbato al pellerossa Raphael / Depp in seguito al patto firmato con Mr. McCarthy, capitalista/produttore di Snuff Movies. Un “diavolo” dal volto dell’immenso Marlon Brando. Attrezzature post medievali di varia natura e una modernissima sega elettrica che sembra uscire direttamente dal set di “Scarface”, garantiranno portate squisitamente al sangue.

Diversamente dal personaggio senza nome di Poe, Cliff (il protagonista della storia di Carollo che da anche il titolo al racconto) non è stato fatto prigioniero contro la sua volontà, ma ha scelto di esserlo. In un momento storico in cui l’uomo medio – tossicodipendente del consumo – si indebita a qualsiasi costo (oltre ogni rischio e possibilità), pur di ottenere “tutto subito” (ponendo così le fragilissime basi di un castello di carta – ormai al limite della disfatta – che dalla massa di singoli individui si estende alle banche, alle banche d’affari e infine ai governi), il nullatenente e disilluso Cliff decide di andare controcorrente ponendosi a “credito” nei confronti della società. Cliff offre così un “servizio” immediato – ed estremo – (nientemeno che una prestazione attoriale da protagonista) in cambio di un compenso pattuito che approderà nelle tasche dei suoi familiari – salvandoli dalla miseria – soltanto in seguito. O, per meglio dire, postumo.

L’autore racconta i tratti salienti della vita “ordinaria” di Cliff (quella precedente alla prigionia, che dura poche ore ma è più lunga di un’intera esistenza perché, quando c’è il dolore, il tempo si dilata), attraverso i ricordi che il protagonista vive tra una tortura e l’altra. Derubato dei sogni e di ogni speranza sin dall’infanzia – salvo il desiderio indelebile di guidare una bella auto e l’amore platonico per l’unica ragazza che gli ha rivolto la parola – a differenza dell’uomo medio degli anni dieci del nuovo millennio, Cliff non ha conosciuto la recessione, perché da sempre ha vissuto ai limiti della miseria. Eppure, nella sua “sincera” ignoranza, dovuta alla totale mancanza di istruzione, sa istintivamente distillare il nocciolo del problema quando definisce “l’uomo ricco che lascia le chiavi di un’ auto di lusso nel quadro”, un “coglione”.

Trattandosi di un racconto breve e non di un romanzo, Carollo è bravo nel dipingere i personaggi secondari senza perdersi in inutili dettagli, tratteggiandoli con brevi ma incisive pennellate: un padre alcolizzato che lo fa stare bene solo quando è chiuso in carcere, una madre dal sorriso dolce ma impotente nei confronti della vita, un assistente sociale capace solo di verificare settimanalmente se sono ancora vivi, un regista inetto e un torturatore laconico ma inarrestabile che ricorda il killer Mike Ehrmantraut interpretato da uno strepitoso Jonathan Banks nella serie già culto Breaking Bad.

In conclusione, la violenza - ben dosata e mai gratuita - non è certo l’unica valenza di un’opera capace di raggiungere quello che dovrebbe essere il primo obbiettivo di tutte le storie brevi: “imprigionare” il lettore per una buona mezzora impedendogli di abbandonare la lettura prima della parola FINE. Tuttavia, per correttezza, non si può definire “Cliff” un racconto adatto a stomaci deboli.

Recensione di Yuri Storasi