lunedì 22 gennaio 2018

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IL DIALETTO BOLOGNESE

Iniziamo con l’esaminare il nostro dialetto da un punto di vista strettamente scientifico-linguistico.

 

(Da Wikipedia)

Secondo una definizione classica il dialetto è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti originari di una particolare area geografica.

A differenza di molti dialetti d'Italia, alcuni idiomi storici (romanzi e non) sono identificati come lingue minoritarie proprie delle minoranze linguistiche storiche riconosciute dallo stato, collegate ad un'area storica precisa (per es. friulano, sardo, catalano e varie altre) dove godono del pieno diritto all'insegnamento (finanziato dallo Stato) e all'uso nella comunicazione pubblica, potendo inoltre raggiungere con l'emanazione di apposite norme lo stato di sostanziale coufficialità con l'italiano nell'area amministrativa di pertinenza. Queste lingue minoritarie in genere non vengono mai chiamate dialetti, se non per ragioni ideologiche o come residuo di vecchie consuetudini, e la stessa legislazione (statale e regionale) per identificare sottovarianti interne a queste "lingue" preferisce sempre il termine "variante" (e suoi corrispettivi nelle lingue in questione) a scapito del termine "dialetto".

 

Ovviamente tale distinzione fatta tra lingue minoritarie e i restanti dialetti non si basa, se non solo in parte, su criteri linguistici quanto piuttosto su riconoscimenti di carattere storico-politico: sia le "lingue minoritarie" che la gran parte dei "dialetti" d'Italia sono idiomi tra loro linguisticamente indipendenti e spesso non intercomprensibili, e non sono varianti dell'italiano benché in varie situazioni abbiano con esso particolari rapporti di convivenza e di identificazione (si veda, sotto, Diglossia). Sono infatti vere varianti della lingua italiana solo le parlate toscane e una parte ristretta delle parlate del Lazio (come il Romanesco), oltre naturalmente alle varie forme di Italiano praticate in tutta Italia ("italiani regionali") che risentono, luogo per luogo, dell'influsso della lingua minoritaria o del dialetto locali specie negli aspetti prosodici ed, in parte, nel lessico e nella sintassi.

Pertanto sul piano linguistico un dialetto è sempre un sistema completo di comunicazione verbale (orale o a segni ma non necessariamente scritto) con un proprio vocabolario o grammatica, al pari di una lingua.

 

Il dialetto bolognese è una varietà linguistica della lingua emiliano-romagnola, parlato principalmente nella provincia di Bologna, nel circondario di Castelfranco in provincia di Modena e, in sottovarianti locali, nei comuni di Sambuca Pistoiese, Cento, Sant'Agostino, Poggio Renatico. Nella città di Argenta (e nelle frazioni limitrofe di Campotto, Bando, Ospital Monacale e Santa Maria Codifiume) viene parlato un dialetto di transizione tra il bolognese e il ferrarese. Viene anche denominato Emiliano sud-orientale e appartiene al più vasto gruppo linguistico gallo-italico.

Il bolognese, come gli altri dialetti del gruppo gallo-italico, appartiene al più vasto gruppo linguistico romanzo occidentale e differisce in vari aspetti dall´italiano standard, che è invece un idioma del gruppo romanzo orientale.

 

 

Caratteristiche del dialetto bolognese

(Da una Tesina sul dialetto bolognese di Manuel Cresens)

 

Il dialetto bolognese non è isolato, ma fa parte di un gruppo più ampio, quello dei dialetti emiliano-romagnoli. “Bolognese” è anche il nome di un sottogruppo dei dialetti emiliano-romagnoli: se il suo membro più importante è il dialetto cittadino, ve ne sono però altre varietà parlate in campagna, in montagna, ecc.

 

 

La fonologia

 

La caduta regolare di tutte le vocali atone finali eccetto –a. Per esempio [campo] diviene [canp], [parte] diviene [pèrt].

 

Mentre in italiano davanti a [p] e [b] è obbligatoria la [m], in bolognese queste due consonanti sono trattate come le altre e sono dunque precedute da [n] velare.: [canbièr] per [cambiare], [conplêt] per [completo], [cunprèr] per [comprare], [anbiziån] per [ambizione] e [rånper] per [rompere].

 

[ni] e [li] + vocale danno di solito [gn] e [gli]. Si dice [Itâglia] per [Italia], [ugnån] per [unione] e [Emégglia-Rumâgna] per [Emilia-Romagna].

 

Lo scempiamento delle consonanti geminate. Così abbiamo [aluntanèr] per [allontanare], [aparänza] per [apparenza] e [atravêrs] per [attraverso]. La doppia [c] grafica di per esempio [sacc] serve solo a mostrare un allungamento consonantico automatico dopo le vocali brevi. In realtà ci sono anche delle doppie a causa della caduta di una vocale: [ssanta] per [sessanta].

 

Nel dialetto bolognese c’è anche metafonesi: il cambio della vocale accentata per effetto della –i del plurale poi caduta, per cui il fiore, i fiori = al fiåur, i fiûr

 

Abbiamo anche la caduta delle vocali atone. Questa caduta delle vocali ha provocato nei dialetti gallo-italici come nel francese un notevole sviluppo di nessi consonantici. Pronunciano [destare] come [dsdèr], [finestra] come [fnèstra], [settimana] come [stmèna] e [cenare] come [znèr].

 

C’è un’evoluzione dalla lettera [a] a [è] attraverso pronunce intermedie. Così, [sale] viene pronunciato come [sèl].

 

Nel vocalismo tonico spicca anzitutto la potenziale dittongazione di tutte le vocali toniche in posizione libera. Per esempio: [mare] diviene [mèr], [sapore] diviene [savåur].

 

La riduzione di –gli a –jj- come in [famajja] (famiglia) e [fojja] (foglia).

 

L’Italiano standard ha 7 fonemi vocalici, il bolognese circa il doppio. Ma c’è una distinzione fra vocali accentate brevi e lunghe. Le lunghe durano il doppio delle brevi:

 

î = i lungo - lîber “libro” é = e chiuso breve - métter “mettere” ê = e chiuso lungo - mêter, mêder “metro, mietere” è = e aperto lungo - mèder “madre” ä = e aperto breve (a tendente ad e) bän “bene” â = a lungo - râta “salita” à = a breve - casàtt “cassetto” (l’accento non si segna sui monosillabi chiusi: can, rà “cane, re”) å = o aperto breve senza arrotondamento delle labbra (a tendente ad o) bån “buono” ò = o semiaperto lungo - còl, tòr “collo, toro” ô = o chiuso lungo - côl, tôr “cavolo, prendere” ó = o chiuso breve - tóff “puzza” û = u lungo - ligûr “ramarro”

 

I bolognesi usano la lettera [q] solamente nell’inizio della parola: [quâter] per [quattro], ma [âcua] per [acqua]. Una caratteristica che il bolognese ha in comune con gli altri dialetti gallo-italici è quella di far passare una frontiera sillabica tra consonante e /r, l, j, w/. Vuol dire che in italiano la divisione in sillabe è li-bro, mentre nell'italiano di Bologna è lib-ro, con allungamento anche della b, per cui libb-ro.

 

 

 

Sintassi e morfologia

 

Le espansioni del soggetto nella coniugazione (fra il soggetto e il verbo si inseriscono delle particelle pronominali): a, (e)t, al/la, a, a, i/äl.

 

Nel bolognese troviamo quattro coniugazioni a paragone delle tre in Italiano: -èr, -air, -er e –îr : mandèr, savair, bâter e partîr.

 

Nelle frasi interrogative le espansioni del soggetto cambiano posto e finiscono dopo i verbi, realizzando il fenomeno dell’inversione (proprio come in francese, ladino e tante altre lingue europee).

 

Un’altra particolare caratteristica del bolognese è la costruzione delle frasi negative sul modello francese, con due elementi della negazione (di cui uno precedente, l’altro seguente il verbo). Dunque nel dialetto bolognese c’è l’uso obbligatorio di un avverbio rafforzativo nelle espressioni negative: per esempio [a n al sò brîsa] significa [non lo so] e [a n i vâg brîsa] significa [non ci vado] (francese: je n’y vais pas)

 

In bolognese si fanno non solamente il femminile di [uno], ma anche di [due], [tre], ...: un òmen, dû òmen, trî òmen, una dòna, dåu dòn, trai dòn ecc.

 

Con i sostantivi maschili abbiamo il plurale apofonetico: in italiano si forma il plurale con una –i ([cassetto] [fiore] diventano [cassetti] [fiori]), ma in bolognese i plurali maschili hanno una variazione della radice. Esempio: [casàtt] [fiåur] diventano [casétt] [fiûr].

 

Anche il suffisso plurale dei sostantivi femminili cade e non viene sostituito ([la donna] [le donne] diventano [la dòn] [äl dòn]), ma in alcuni casi la –e cambia in –i per evitare confusioni col singolare maschile. Per esempio al gât, i gât, la gâta, äl gâti “il gatto, i gatti, la gatta, le gatte”.

 

La caduta della sillaba finale del participio. Per esempio: [cundanè] per [condannato], [indirizè] per [indirizzato].

 

Nel dialetto bolognese, c’è un passaggio dalla [c] alla [z]. Così abbiamo [zitadinanza] per [cittadinanza], [sozietè] per [società], [sozièl] per [sociale], [zarchèr] per [cercare], [nezesèri] per [necessario], [spezièl] per [speciali], [amizézzia] per [amicizia] e [partezipèr] per [partecipare].

 

Un’altra caratteristica è i nessi [re] e [ri] al fine di una parola. Nel dialetto bolognese diviene [er], così abbiamo [sänper] per [sempre] e [dsàmmber] per [dicembre].

 

La coniugazione bolognese è più semplice di quella italiana perché, dopo aver superato lo scoglio del presente indicativo e del participio passato, troviamo più o meno le stesse forme. Ma c’è una differenza che concerne l’uso di tempi e modi: il gerundio viene usato molto meno nel bolognese che in Italiano standard.

 

Per dare un esempio di una coniugazione, il verbo èser (essere):

 

Io sono: a sån   Sono? såggna ?

Tu sei: t î   Sei? ît ?

Lui è: l é   E’? êl ?

Lei è: l' é   E’? êla ?

Noi siamo: nuèter a sän   Siamo? saggna ?

Voi siete: vuèter a    Siete? v ?

Essi sono: låur i én     Sono? êni ?

Esse sono: låur äli én   Sono? ênli ?

 

La scomparsa della prima sillaba nel pronome dimostrativo: [questo] diviene [‘sto], [questi] diviene [‘sti].

 

Di tanto in tanto si osserva anche la caduta delle [o] in posizione interna, per esempio nelle parole [come] e [cosa], dunque [cme] e [csa]. "Come" ha moltissime forme, due delle quali sono cómm e cme. Purtroppo non esiste una regola vera: alcune forme si usano in certi casi, altre in altri, inoltre ci sono forme sovrapponibili in alcuni casi ma non in altri.

 

I preposizioni [fra], [per], [di] e [in] divengono [stra], [par], [ed] e [ne] nel bolognese e l’avverbio negativo [non] diviene [an]. Es.: [a n al sò brîsa] significa [non lo so].

 

Il sistema dei pronomi è complicatissimo, ma ecco un esempio:  mé a m lèv = io mi lavo té t at lèv ló al s lèva lî la s lèva nó a s lavän vó a v lavè låur i s lèven

 

 

Gli articoli sono anche diversi: Per gli articoli determinativi maschili [il] e [i] troviamo [al] e [i]. [lo] non esiste, come del resto negli altri dialetti settentrionali. Esempi: al can, al gât, al stivèl, al zóccher, al gnulån = "il cane, il gatto, lo stivale, lo zucchero, il lamentoso". Gli articoli determinativi femminili [la] e [le] diventano [la] e [äl]. Inoltre, l’articolo indeterminativo è mostrato sulla base del seguente esempio: [un òmen] [di òmen] e [una dòna] [däl dòn].

 

Nel bolognese, come nell’italiano di Bologna e in generale in tutto il Nord Italia, non esiste il raddoppio sintattico: è la caratteristica per cui nel centro-sud si dice "vado a ccasa, tu ssei, cane e ggatto" ecc. Una cosa che al nord non c'è.

 

 

Lessico

 

Il lessico bolognese è ancora ben differenziato da quello italiano, tanto che ricorda il francese scritto o pronunciato: [franzais] e [français], [arivèr] e [arriver], [zènc] e [cinq], [avréll] e [avril]. Non si tratta di un rapporto di derivazione, bensì di evoluzione analoga.

 

Esiste un fondo di termini bolognesi, per esempio: [andèr in scuézz] per [morire], [zåuven] per [celibe], [scuncuâs] per [dissesto] e [man drétta] per [destra].

 

Subito dopo la seconda guerra mondiale, per conservare il cibo si utilizzava al giazarén, sorta di piccola ghiacciaia, da riempire tutti i giorni comprando del tipico ghiaccio puzzolente. Poi è arrivato il frigorifero, e al giazarén ha dovuto andare in pensionamento anticipato, almeno come strumento, perché la parola è rimasta e ancora oggi si sente spesso dire al giazarén piuttosto di frîgo o friguréffer.

 

 

Conclusione

 

Il bolognese, secondo il sito di Ethnologue “una lingua strutturalmente separata dall’italiano”, è assai complicato. La grammatica, per esempio, è diversa sotto vari aspetti da quella dell’italiano a causa del suo secolare sviluppo divergente. E dopo aver analizzato le preghiere posso dire che è veramente difficile comprenderlo a prima vista. Qualche parola assomiglia ai corrispondenti termini in francese o in italiano, ma il

dialetto bolognese ha un lessico molto ampio. E’ un elemento di una cultura linguistica originale, e per questi motivi il bolognese non può scomparire.